Vajont: il perché di un disastro evitabile

L’ingegnere Carlo Semenza era un bravo tecnico.

Stimato per la sua professionalità, si era distinto per le numerose opere idrauliche, specialmente dighe in Italia e nel mondo. In un’epoca in cui in Italia si parlava di “costruire” come “imperativo categorico”, la necessità di energia galoppava di pari passo con il boom economico ed industriale di quegli anni. Fu in quel momento che si concepì il progetto ambizioso della diga del Grande Vajont, un’opera che a completamento sarebbe stata la diga più alta del mondo.
Evolvendo nel tempo, il progetto finale fu approvato nel 1956, ed i lavori cominciarono l’anno successivo. La diga era un capolavoro dell’ingegneria e al passo con i tempi: una struttura ad arco e doppia curvatura in calcestruzzo armato, saldamente vincolata alle solide spalle rocciose del fondovalle del torrente Vajont.
Modificata e “innalzata” a più riprese in corso d’opera, la diga era (ed è) alta 261 metri dal suolo, ed era progettata per ospitare nel suo invaso oltre 168 milioni di metri cubi d’acqua provenienti dai torrenti Vajont, Maè, Boite, e dello stesso Piave, a mezzo di opere idrauliche molto complesse.
Non che la sua realizzazione fosse stata indolore: 6 operai morirono in vari incidenti nel corso della costruzione.
Non fu quindi il come, ma il DOVE questa opera fu realizzata, a condannarne l’esistenza.
La valle del torrente Vajont è una classica valle glaciale ad “U”: questa forma particolarmente profonda e larga si stringe poi in una forra stretta che poi porta l’acqua, con un dislivello di circa 100 m a raggiungere il fondovalle veneto del Piave.
Le dolomiti friulane coronano la valle di rocce scure fatte di calcare e dolomia, che determinano pendii scoscesi ed aspri. Non così il monte Toc, che è invece caratterizzato da un versante nord piuttosto dolce, ricco di foreste e pascoli. Forse già il nome, Toc, che nel dialetto locale significa “marcio”, avrebbe potuto mettere in guardia i tecnici durante i numerosi sopralluoghi per la realizzazione dell’opera.
La morfologia pianeggiante di quel versante infatti nascondeva una paleofrana (cioè una frana antica) profonda che coinvolgeva terra e roccia fino a 250 metri di spessore, e diversi chilometri quadrati di superficie. Distaccatasi migliaia di anni prima, la paleofrana aveva già invaso e chiuso il torrente Vajont, che era poi riuscito a ri-scavarsi un alveo nella frana stessa, e a sboccare nuovamente nel Piave. Ma le spalle della valle restavano comunque incise per un lungo tratto entro un versante che all’apparenza sembrava solido e “in posto”, ma che in realtà si era già mosso in passato.

Chiariamo un paio di concetti sulle frane e perché si possono attivare.
Una frana è un movimento legato alla gravità di una massa di terra, detriti e/o roccia che avviene quando la resistenza del materiale, o il suo angolo di attrito (nel caso di materiali sciolti) venga superata, circa come un blocco su di un piano inclinato.
Molto spesso quando una frana si muove, che sia in roccia o in terra, il materiale sulla superficie su cui “scivola” si modifica, sgretolandosi, allineandosi lungo la direzione dello scivolamento, e quindi andando ad offrire via via meno attrito a successivi movimenti. Per vederla come un blocco su di un piano inclinato, immaginate che, una volta mosso la prima volta il blocco, il coefficiente di attrito del piano diminuisca.
Un altro effetto importante per la dinamica di una frana è l’acqua. Immaginate la frana come ad una barca: se sale il livello della falda, la “barca di terra” che è la nostra frana tenderà a “galleggiare” un pochino. Riducendo la forza normale al piano inclinato, si riducono le forze resistenti che si oppongono al movimento, e quindi lo scivolamento sarà molto più facile. Questo è il principio delle pressioni neutre, ed è il motivo per cui le frane avvengono in quasi tutti i casi in seguito a forti precipitazioni.
Adesso che sappiamo i principi con cui si muove una frana, torniamo al Vajont e alla sua diga.

Nel 1960, durante una fase di allagamento dell’invaso, una frana di ottocentomila metri cubi di terra si staccava dal fianco nord del monte Toc e cadeva nel lago, creando un’onda di una decina di metri che non ferì nessuno, ma preoccupò fortemente l’ingegner Semenza. Carlo Semenza aveva un figlio, Enrico, geologo, che da rilievi effettuati sul campo aveva intuito la presenza di una enorme frana sul fianco nord del Toc. Dopo l’evento del 1960, si notò la formazione progressiva di trincee naturali sul fianco della montagna, collegata a boati e terremoti superficiali, a conferma evidente della bontà della teoria del Semenza. L’ingegnere quindi finanziò un lavoro di prospezione geologica e geofisica sulle sponde del lago, con anche 3 sondaggi profondi, ma che non raggiunsero mai la superficie di scivolamento della paleofrana, fermandosi a 150 metri di altezza.
Tuttavia, riconoscendo che l’altezza dell’acqua all’interno del lago era correlato fortemente con l’instabilità del versante, Semenza e il suo collaboratore, il geotecnico austriaco Muller, ne ordina l’abbassamento del livello a 200 metri.
Carlo Semenza muore però nel 1960 per un male improvviso. E da qui fu una discesa progressiva verso il destino che conosciamo.
Nel 1961, i nuovi tecnici della SADE, società che gestiva la costruzione ed il collaudo dell’opera, approvarono un progetto di modifica che costituiva la costruzione di un enorme sifone per collegare direttamente la diga con la parte posteriore del lago. Questo fu ideato in modo da bypassare la zona del lago lambita dalla frana, che nel caso peggiore rischiava di tagliare in due il lago, impedendone lo sfruttamento per fini idroelettrici.
Finito il sifone, nel 1962 si procedette con la seconda prova di invaso.
Nel 1963, la ENEL (ex SADE) decise di collaudare per la terza ed ultima volta la diga. L’altezza di collaudo della diga venne fissata a ben 248 metri. L’idea, che adesso ci pare così assurda, fu presumibilmente di far scivolare in modo “controllato” la frana dentro il lago, semplicemente giocando con il livello dell’acqua, in modo da eliminare la minaccia per la struttura. Così non fu.
L’aumento del livello del lago, unito ad una serie di fattori esterni, quali le precipitazioni intense del periodo, e la presenza di una sospetta falda in pressione negli strati sottostanti, fece accelerare la frana. Questa, che già da mesi si muoveva lentamente verso l’invaso, passò da pochi centimetri fino a mezzo metro al giorno. Il tentativo nei giorni successivo di controllarne la velocità abbassando l’altezza dell’acqua fallì, ed anzi peggiorò le cose.
Fino a quando l’interno fianco della montagna, per una larghezza di oltre un chilometro e mezzo non cadde a cento chilometri l’ora nel lago causando la morte di quasi duemila persone. Ma lasciando in piedi la diga, a perenne monito di come nemmeno la più ambiziosa opera dell’ingegno umano possa permettersi di sottovalutare la complessità della natura [RL]

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Credits:
http://www.sopravvissutivajont.it/
Semenza E., “Sintesi degli studi geologici sulla frana del Vajont dal 1959 al 1964”, estratto da “Memorie del Museo Tridentino di Scienze Naturali”, A. XXIX-XXX 1966-67 – Vol. XVI – Fasc. I, Trento stampa 1965.

Credits Pic:
Matilde Bongio visualscience

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