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La Dieta Chetogenica: nuove scoperte, rischi e vantaggi della dieta Low-carb

“Non mangio carboidrati, fanno ingrassare! ”  Quante volte l’avete sentito? Effettivamente non sarebbe una scelta del tutto sbagliata, ma questo va al di là della pancia piatta e del six-pack. La dieta a basso consumo di carboidrati infatti ha diversi effetti positivi sul nostro organismo e diversi studi li mettono in risalto, ma come in tutte le diete, ci sono pro e contro e bisogna conoscere bene come funzionano. La dieta chetogenica, che ora è anche di moda, va leggermente oltre il ridotto consumo di carboidrati. Parliamone! 

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Già dal 1920 si pensava che una dieta povera di carboidrati potesse essere un trattamento risolutivo per l’epilessia nei bambini, evitando l’utilizzo di farmaci pesanti. Ad oggi si sa che la possibilità di modificare la propria dieta per diminuire, o addirittura rimuovere, i trattamenti farmaceutici è un’ottima strategia, ma va seguita con razionalità e conoscenza, e non di certo con il metodo Fai-Da-Te. 

Ma vediamo in che cosa consiste la dieta chetogenica e come funziona. 

Mettiamo da parte la parola “chetogenica” per un attimo e concentriamoci sui carboidrati: queste molecole sono lunghe catene di zuccheri complessi che si trovano comunemente negli alimenti come pane e pasta, ma non solo. Il nostro corpo ha bisogno di zuccheri, e noi li mangiamo con gusto. Quando queste molecole entrano nel nostro organismo, vengono digerite e trasformate in unità di glucosio, che fanno da benzina per il nostro corpo, e che quindi vengono mandate in ogni “distretto”. 

NB: i nostri neuroni non sono in grado di prodursi da soli energia e hanno bisogno di glucosio circolante, ovvero “zucchero per il cervello”. 

Ma cosa succede allora se non abbiamo carboidrati a disposizione? Succede che il nostro fegato attaccherà gli acidi grassi che verranno scissi e digeriti a formare una molecola che si chiama acil-CoA. Questa entra nel ciclo di Krebs: una cascata di reazioni chimiche alla base del metabolismo cellulare che produce molte delle molecole usate a scopo energetico. Quando l’acil- CoA eccede, le molecole si fondono insieme a formare il corpo chetonico Numero 1: l’acetone, poi l’acetoacetato e infine il 3-idrossibutirrato. Questi sono i nostri corpi chetonici. 

Corpi Chetonici. In alto: Acetone. In mezzo: acetoacetato. In basso: 3-idrossibutirrato

Quindi non abbiamo glucosio in circolo, ma corpi chetonici: stiamo facendo morire di fame il nostro cervello? No! Ma lo costringiamo ad attrezzarsi e a trovare una via alternativa. Infatti i corpi chetonici sono in grado di passare la barriera ematoencefalica e arrivare direttamente ai neuroni, che li utilizzeranno come fonte di energia. 

Negli anni recenti si è visto come una dieta a basso consumo di carboidrati possa avere effetti positivi anche nel trattamento delle malattie neurodegenerative, come Alzheimer e Parkinson. I corpi chetonici infatti sono una risorsa preferenziale per la sintesi di lipidi neuronali, ovvero quelli che costituiscono le membrane dei nostri neuroni, parte fondamentale per la conduzione dello stimolo elettrico. 

Oggi ci sono diversi tipi di dieta chetogenica che variano a seconda della quantità e qualità di grassi e proteine utilizzate. Una di queste è quella sviluppata da Wilder nel 1921, basata su gli acidi grassi a catena lunga. Molto interessante è la recente ricerca della Fondazione don Carlo Gnocchi sull’effetto positivo della dieta chetogenica sull’emicrania associata alla perdita di peso in soggetti obesi. 

Quindi, per concludere, una dieta a basso consumo di carboidrati potrebbe sembrare un buon modo per perdere peso (i corpi chetonici hanno anche una funzione anoressigena e riducono l’appetito), e con tanti effetti benefici sulla salute, da quelli cardiovascolari a quelli neuroprotettivi. Tuttavia tutti i casi citati sopra si riferiscono a soggetti patologici, con malattie neurodegenerative o grave obesitá. La dieta chetogenica, infatti, non è priva di rischi e effetti collaterali, quindi stiamo attenti alle truffe: i prodotti Keto, ovvero semplicemente frullati con corpi chetogeni aggiunti, non possono funzionare in alcun modo. Anzi, il lato oscuro della dieta chetogenica è proprio il rischio della chetosi, ovvero di un troppo alto contenuto di queste molecole nel sangue. Se i corpi chetonici non vengono utilizzati, devono essere smaltiti e le uniche due vie sono la respirazione polmonare e l’urina, quindi un loro eccesso porterebbe ad un affaticamento dei reni. Nel caso, la chetosi si puó facilmente diagnosticare con un esame delle urine, o test dell’acetone.  

Ci teniamo infine a sottolineare alcuni punti: 

  1. Nessuno dovrebbe scriversi una dieta da solo, sempre meglio seguire i consigli degli esperti, ovvero medici e nutrizionisti.
  2. Ci sono tanti modi sani, sanissimi, per dimagrire mantenendo un’ottima salute; questo non è proprio il migliore. 
  3. Diffidate delle diete con nomi troppo cool, chetogenica vuol dire semplicemente che genera corpi chetonici. 
  4. Una dieta a basso consumo di carboidrati è un’altra cosa, ma non perdete tempo a spiegarlo a mamme e nonne, potrebbero non capire il vostro rifiuto per le loro tagliatelle, le ferireste soltanto! 

Fonti:

https://www.mdpi.com/2072-6643/11/8/1742/htm
https://www.hsph.harvard.edu/nutritionsource/healthy-weight/diet-reviews/ketogenic-diet/
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6251269/

Cannabis legale: light e terapeutica

In Italia  la vendita di Cannabis sativa  con contenuto in THC fino allo 0,2% (e tolleranza di fatto fino allo 0,6%) è legale. Lo stesso prodotto contiene però anche CBD, cannabidiolo, con altre proprietà ed effetti.

Tutto ciò è sancito dalla legge italiana numero 242, approvata nel dicembre 2016, che consente la produzione e commercializzazione della cosiddetta cannabis light. La stessa legge impedisce le importazioni di varietà non previste nel catalogo europeo, al fine di evitare incroci e ibridi, in particolare di alcune varietà provenienti dalla svizzera. Questo permette l’utilizzo della cannabis in ambito alimentare, cosmetico e tessile.

Allo stesso tempo però, non è consentito l’utilizzo personale ricreativo, garantendo così un controllo maggiore su questo prodotto tanto soggetto a dibattiti per la sua discussa pericolosità e  efficacia. La cannabis terapeutica invece, con un maggiore contenuto di THC, può essere venduta solo in farmacia rigorosamente sotto prescrizione medica. Ma parliamone e vediamo cosa si sa fino ad ora dei cannabinoidi.

I due cannabinoidi maggiormente presenti nella Cannabis sativa: CBD (cannabidiolo) con effetti positivi sulla salute umana e THC (tetraidrocannabinolo) la sostanza maggiormente psicoattiva nella pianta,

La Cannabis sativa contiene diversi composti, ma il Δ-tetrahydrocannabinol (THC) è quello con effetti psicotropi, ovvero capace di agire sulla mente. Il THC è stato identificato nel 1940, ma  è stato sintetizzato chimicamente, isolato e caratterizzato solo nel 1960. Ma la cannabis contiene oltre 60 cannabinoidi, e molti, come il cannabidiolo -CBD-, possono modulare l’effetto del THC.

I cannabinoidi sono molecole tipicamente lipofiliche, e inizialmente si pensava  che attraversassero semplicemente le membrane cellulari. Solo nel 1990 fu identificato il primo recettore per i cannabinoidi, ovvero la molecola che regola la loro azione sulle cellule.

Questi recettori, principalmente CB1 e CB2, sono coloro che vengono chiamati in causa quando nel nostro corpo entra una molecola di cannabinolo. Quindi quello che succede realmente dopo la stimolazione dipende dalla localizzazione dei recettori, i quali determinano le aree cerebrali che saranno più soggette alla somministrazione delle sostanze.

L’immagine mostra la similarità tra una molecola di Anandammide, a sx, normalmente presente nel nostro cervello, e una molecola di THC, il cannabinolo presente nella Cannabis terapeutica. E’ grazie a questa somiglianza che le due molecole possono interagire con gli stessi recettori per i cannabinoidi, costitutivamente espressi sulle nostre cellule neuronali.

Ma esistono anche endo-cannabinoidi, ovvero cannabinoidi che noi siamo in grado di autoprodurre, e che svolgono normalmente la loro funzione nel nostro corpo, legando anch’essi i recettori CB1 e CB2.  Il primo ad essere scoperto è l’anandamide, dove “ananda” significa “beatitudine interiore”, ed é la molecola presente anche nel cioccolato.

Quindi mai sottovalutare i poteri di una barretta di fondente!

La funzione principale degli  endocannabinoidi è di regolare la neurotrasmissione, essendo quindi capaci di influenzare diverse funzioni del nostro sistema nervoso. Alcune ricerche evidenziano come i cannabinoidi aumentino il rilascio di dopamina nel centro cerebrale della ricompensa.

Lo sviluppo dei neuroni, e di conseguenza la regolazione dei recettori CB1, segue delle fasi particolarmente delicate, specialmente durante l’infanzia e l’adolescenza, periodi in cui si ha un’alta plasticità sinaptica: ovvero la capacità dei neuroni di formarsi, creare connessioni e stabilizzarsi.  Per questo l’utilizzo cronico di Marijuana negli adolescenti è associato a disturbi cognitive e deficit della memoria a breve termine. D’altra parte pazienti con disturbi post-traumatici trovano nell’utilizzo di cannabis una cura abbastanza risolutiva.

E’ noto ormai che il THC produce effetti psicotropi rilevanti e chi ne fa uso puó avere esperienze di attacchi di panico, ansia e un aumento del battito cardiaco con iperventilazione. Ma d’altra parte il CBD è capace di regolare il metabolismo del THC.

Molti studi ad oggi mettono in luce l’utilità della cannabis nel trattare i sintomi grazie alla sue proprietá analgesiche e calmanti. Studi sperimentali evidenziano la sua utilità nel trattamento degli spasmi e del dolore in pazienti affetti da sclerosi multipla.

Altre indicazioni terapeutiche della cannabis riguardano il trattamento del glaucoma, grazie all’attivitá antispasmodica e analgesica, il trattamento dell’epilessia, come anticonvulsivante, e al trattamento della sindrome di Tourette, grazie alla stimolazione dell’appetito e all’effetto rilassante. 

Molto recente ed interessante è la scoperta di un ruolo neuroprotettivo del CBD, capace di stimolare la produzione di BDNF ovvero fattore neurotrofico, cioè responsabile della rigenerazione e crescita dei neuroni.

Inoltre, molte ricerche stanno cercando altre applicazioni per la cannabis, come il trattamento di malattie neurologiche, ad esempio Parkinson e Alzheimer, o la Corea di Huntinghton, associata ad una disregolazione nella presenza di recettori CB1 nel nucleo striato.

Gli ostacoli nell’accertamento degli effetti della cannabis risiedono nel trovare un modello animale adatto a studiare gli effetti psicotropi dei cannabinoidi.

C’è da sottolineare che gli ansiolitici ad oggi disponibili sul mercato, che fanno concorrenza alla cannabis sono farmaci, ovviamente, con effetti psicotropi. Le benzodiazepine per esempio, che vengono somministrate come psicofarmaci, si legano ai recettori del GABA, un neurotrasmettitore, limitandone l’azione, e non sono prive di effetti collaterali.

Mentre i farmaci per curare il dolore cronico  sono maggiormente analgesici oppioidi (detti anche narcotici), e appartengono a questa classe di farmaci la morfina, il metadone e la codeina, tutte molecole che agiscono legandosi a recettori presenti nel cervello e bloccando così la sensazione di dolore.

Quindi, sebbene la lotta alla droga illegale sia buona e giusta, è bene definire cosa è droga e cosa no. La cannabis light, o depotenziata, costituisce una via interessante per la scoperta di nuovi approcci terapeutici. Senza contare inoltre i vantaggi nella coltivazione della cannabis: ottima per il mantenimento dei terreni, e il suo utilizzo come materiale tessile e non solo.

É inoltre importante ricordate che nessun caso di morte da overdose di cannabis è stato riportato fino ad ora.

Man mano che studiamo le proprietá biologiche e farmacologiche della cannabis, diverse varietá di questa pianta potrebbero rivelarsi ottime candidate come fornitrici di nuovi farmaci contro alcune malattie.

Qualunque sia il futuro, ci sono ancora molte sfide da superare prima di poter considerare i cannabinoidi come farmaci. Ma le questioni sono due: prima di tutto non sarebbe un evento strano che un farmaco rivoluzionario venga estratto da una pianta (vedesi morfina, antidolorifico, e chinina, antimalarico); secondo, proibirla e bandirla non è di certo la soluzione migliore.

Fonti:

Carlini, E. A. (2004). The good and the bad effects of (−) trans-delta-9-tetrahydrocannabinol (Δ9-THC) on humans. Toxicon, 44(4), 461-467.

Baker, D., Pryce, G., Giovannoni, G., & Thompson, A. J. (2003). The therapeutic potential of cannabis. The Lancet Neurology, 2(5), 291-298.

Partner: nuovi studi sulla trasmissibilità dell’HIV

Di Carolina C.

“Undectable equals untransmittable, U =U”, ovvero non rilevabile  quindi non trasmissibile. Dopo 40 anni dal primo caso di infezione da HIV (Human Immunodeficiency Virus, agente eziologico dell’AIDS)  si è giunti a questa, apparentemente semplice, conclusione: se il ciclo replicativo del virus dell’HIV   viene bloccato questo non si moltiplica, non circola e di conseguenza non può infettare nuove cellule e nuovi soggetti.

Nel 2014 un primo studio denominato PARTNER1 aveva  già chiaramente dimostrato la tesi della “U=U” ma riguardava prevalentemente coppie eterosessuali.

Recentemente è stato invece pubblicato  sulla rivista Lancet il seguito di questo studio, PARTNER2,  in cui sono state incluse coppie omosessuali con lo scopo di ottenere una stima precisa del rischio di trasmissibilità del virus in coppie omosessuali in cui un partner è sieropositivo e l’altro sieronegativo.

In entrambi gli studi le coppie praticavano sesso non protetto ed il soggetto sieropositivo era costantemente sotto terapia ART, una terapia antiretrovirale che blocca in più punti il ciclo replicativo del virus. Questa terapia, già in uso dagli anni 90, blocca il progresso dell’infezione ma non riesce ad eliminare il virus latente.


Immagine: le diverse fasi di progressione dell’infezione di Hiv. Ad una fase acuta di infezione in cui si ha una veloce replicazione del virus, segue un periodo di infezione cronica in cui c’ una minor presenza di virus che può protrarsi per decenni, in questo caso si ha un equilibrio tra sistema immunitario e HIV. Quando il sistema immunitario è troppo compromesso si ha l’insorgere di malattie e quindi AIDS. (Foto via AIDSinfo.nih.gov)

In questo modo la carica virale, ovvero la quantità del  virus in circolo, viene abbassata drasticamente riducendo così il rischio di infezione.   
Nello studio PARTNER2, le coppie sono state seguite mediamente per due anni controllando la carica virale del soggetto sieropositivo e lo stato sierologico del soggetto negativo per HIV dal tempo 0.

La conclusione di questo studio è uguale a quella del precedente: la terapia ART, se seguita costantemente, abbassa a 0 il rischio di infezione per i soggetti sieropositivi anche in caso di sesso non protetto poiché mantiene a livelli bassissimi la carica virale dell’HIV (limite < 200 copie di RNA virale per ml in circolo), dimostrando nuovamente il concetto della U=U.

I pazienti sieronegativi che durante lo studio sono diventati positivi per l’HIV hanno riportato di aver avuto rapporti con altri soggetti, esterni alla coppia, ed il ceppo virale da cui sono stati infettati è risultato diverso da quello del compagno sieropositivo con cui si erano iscritti allo studio. Questo ultimo dato è stato ottenuto sequenziando i due geni chiave della replicazione dell’HIV “rev” e “pol”, le loro sequenze, infatti, sono specifiche per ciascun virus un po’ come le nostre impronte digitali che sono specifiche per ciascun individuo.

L’HIV sta per essere sconfitto definitivamente ma non dobbiamo sottovalutarlo poiché come tutti i virus muta. Inoltre ricordiamo che il preservativo non protegge soltanto dall’HIV;, esistono, infatti, numerose malattie sessualmente trasmissibile ugualmente pericolose che non devono essere assolutamente sottovalutate.

fonti: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(19)30418-0/fulltext?dgcid=raven_jbs_etoc_email

I diamanti: un tesoro per gli scienziati.

di Irene Feliciotti

Le gemme più splendenti vengono da Arda, ma pietre in grado di imprigionare la luce del sole non se ne trovano sono nella Terra di Mezzo: noi abbiamo i diamanti! Queste pietre preziose non solo attirano l’interesse dell’ego femminile, ma sono anche uno scrigno di segreti per chimici, fisici e geologi!

Il diamante è un reticolo di carbonio in forma solida, come quella della grafite delle matite, che per la sua conformazione riesce ad avere un’incredibile lucentezza e durezza.

Ma per diventare una gemma preziosa, questi atomi devono avere una specifica conformazione degli orbitali atomici e devono sottostare a particolari condizioni di temperatura e pressione.

Ci sono due teorie sulla formazione dei diamanti. La prima ipotizza che si formino nel mantello litosferico ad una profondità compresa tra 40 e 250 km, a una temperatura tra 900° C e 1400° C, e pressioni tra 10 e 80 mila atmosfere.

L’altra teoria prevede che i diamanti si formino da rocce metamorfiche durante i processi di subduzione, ovvero dove una placca scivola al di sotto di un’altra (pensate alla “cintura di fuoco” attorno all’Oceano Pacifico per avere un’idea di una zona di subduzione). La formazione avrebbe inizio entro la placca tettonica che affonda nel mantello terrestre, a partire da 600°C e per pressioni superiori ai 3 gigapascal. Esiste poi un’altra fonte di diamanti: nelle zone di impatto dei meteoriti sono stati riscontrati microcristalli di diamanti.

Un interessante studio pubblicato su Nature ha recentemente ipotizzato una nuova possibile via di formazione dei diamanti: i preziosi minerali potrebbero anche essersi formati nelle profondità della Terra grazie ad una reazione tra roccia e acqua! Quando ci sono infiltrazioni di fluidi (acqua in condizioni supercritiche, non l’acqua che siamo abituati a vedere abitualmente) in rocce calde ad alte pressioni, in particolari condizioni di pH, ci può essere una precipitazione del carbonio e la formazione della pietra preziosa.

Ma per trovare i diamanti non si scava fino a centinaia di km di profondità: questi sono stati portati in superficie da particolari eruzioni esplosive violentissime che in passato hanno perforato la crosta degli antichi continenti formando quei camini diamantiferi dove oggi si trovano le miniere, soprattutto in Canada, Africa australe e Australia.

Altro segreto del diamante e la metastabilità! Il diamante è termodinamicamente instabile, dovrebbe spontaneamente trasformarsi in grafite, se ciò non avviene  è perché il suo reticolo cristallino a forma tetraedrica è cineticamente stabile e impedisce la traslazione degli atomi di carbonio in atomi con orbitali ibridi sp2. Inoltre, esattamente come un pezzo di carbone, il diamante tende a reagire con l’ossigeno in una reazione di combustione: un diamante gettato nel monte fato si trasformerebbe in CO2.

Per le loro caratteristiche chimiche e fisiche i diamanti sono tra i materiali più duri, tanto che possono essere tagliati solo con altri diamanti o con materiali sintetici di recentissimo sviluppo. Per questa loro caratteristica di durezza, per la loro alta conducibilità e per mille altre proprietà, queste pietre sono molto usate in campo tecnologico ed industriale.

Ma per gli scienziati allo studio del loro reticolo cristallino e della loro formazione i diamanti sono molto di più: sono scrigni di conoscenza in cui sono contenuti la storia ed i segreti delle profondità della Terra. Infatti all’interno dei diamanti spesso sono intrappolati sia altri minerali che fluidi, che forniscono informazioni sulla composizione dell’interno della terra. Analizzando le inclusioni, possiamo ricostruire sia il chimismo dei materiali che le condizioni di pressione e temperatura presenti al momento della formazione del diamante che le contiene.

Quindi possiamo dire che i diamanti non sono solo i bellissimi luccicanti amici delle donne, sono piuttosto essi stessi una miniera di conoscenza, una sorta di capsula del tempo che ci mostra come era l’interno della terra alcuni miliardi di anni fa.

Fonti:

https://www.nature.com/articles/ncomms9702
http://www.elementsmagazine.org/toc/toc_v1n2.pdf
https://www.smithsonianmag.com/travel/german-town-contains-millions-diamonds-180961467/



La musica come doping

Che musica ascolti in palestra? Qual è la tua playlist quando vai a correre? Sai quali sono gli effetti della musica sul tuo cervello e le tue prestazioni?
La musica è fatta di ritmo, armonia, tempo e contenuto che sono anche gli elementi alla base dei movimenti fisici. Quindi un legame tra questi era inevitabile e se ne occupa una nuova branca della ricerca chiamata “neuromusicologia”.

Nel 2007, l’US Track & Field, l’ente nazionale per le corse a distanza, ha vietato l’uso di cuffie e lettori audio portatili nelle sue gare ufficiali, “per garantire la sicurezza e impedire ai corridori di avere un vantaggio competitivo”. Molti corridori hanno protestato contro la regola perché sanno quanto questa sia importante per le loro prestazioni.

Ed è vero: la musica è effettivamente “un doping legale” come dice il dottor Costas Karageorghis, esperto del settore, La musica esercita un effetto energizzante ritardando l’affaticamento e aumentando la capacità di lavoro. In genere, ciò comporta livelli di resistenza, potenza, produttività o forza superiori al previsto.

La musica in effetti ha un potentissimo effetto sul nostro cervello; riesce ad accenderlo come se fosse un albero di natale.
La giusta playlist infatti è in grado di attivare molte aree cerebrali: raggiunge il lobo parietale e il cervelletto, responsabili delle nostre funzioni motorie e della coordinazione; la corteccia visiva, con effetti sulla nostra immaginazione, e allo stesso tempo il lobo limbico, deputato alla gestione delle emozioni, e il lobo temporale, dove ha sede la nostra memoria.

 Così facendo aumenta la produzione di neurotrasmettitori, primo fra tutti dopamina. La dopamina è responsabile della “motivazione”: quando proviamo un’emozione piacevole il nostro cervello invia dopamina al nucleo acumbens, il ragioniere cerebrale del meccanismo di ricompensa, che ci spinge a sua volta a provare di nuovo l’esperienza, creando una sorta di dipendenza dalla soddisfazione. Questa molecola positivamente coinvolta nelle funzioni di memoria e locomozione e nelle emozioni.

Inoltre con una musica veloce si è visto che aumentano i livelli di cortisolo, ormone dello stress, che contribuisce a mettere in circolo più zuccheri; mentre diminuiscono con una musica lenta e rilassante.
Come può quindi aiutarci la musica durante le nostre attività atletiche? Ci sono 3 modi:

1- Dissociazione. Perché la musica ci costringere a distogliere la mente dalla stanchezza e da altri pensieri che si insinuano durante la nostra performance. In particolare distoglie l’attenzione dall’affaticamento e dal dolore quando siamo impegnati in un’attività di resistenza fisica come la corsa, il ciclismo o il nuoto. Gli studiosi della Brunel University nel Regno Unito, hanno infatti dimostrato come la musica può ridurre il tasso di sforzo percepito del 12% e migliorare la resistenza del 15%.

2- Sincronizzazione. Ovvero andare a ritmo con la musica aumenta gli output della prestazione. Ad esempio la musica può darci un tempo da seguire noi lo faremo inconsciamente. Vi basti pensare alla colonna sonora della vostra corsa quando volete aumentare la velocità. D’altra parte un tempo più lento può essere favorevole ad attività che richiedono più concentrazione e controllo.

3- Motivazione. Diversi studi hanno collegato la musica con sentimenti e ricordi positivi. La musica può stimolare la motivazione interna innescando buone emozioni, aiutandoti a provare un piacere molto maggiore dall’attività stessa.
Inoltre è stato visto che il messaggio che viene veicolato con il brano ha anche una forte influenza. Se per esempio per abitudine, che può essere averlo sentito come colonna sonora di un film o in una pubblicità, associamo un testo ad un messaggio di lotta, fatica e motivazione, questo ci spingerà a dare il meglio di noi quando siamo in un momento di stress fisico.

Il consiglio degli esperti è quindi di creare una playlist in vista del prossimo allenamento assemblando un’ampia selezione di brani con i seguenti requisiti: ritmo forte ed energizzante; testi positivi che hanno associazioni con il movimento; schema ritmico ben accoppiato a schemi di movimento dell’attività atletica; associazioni con il trionfo o il superamento delle avversità (“We are the Champions” potrebbe essere un buon inizio).

di Irene Feliciotti

Fonti:
Terry, Peter & I Karageorghis, C. (2011). Music in sport and exercise. The new sport and exercise psychology companion.
Szczepan, Stefan; Kulmatycki, Leslaw. Baltic Journal of Health and Physical Activity; Gdansk Vol. 4, Fasc. 3,  (2012): 197. DOI:10.2478/v10131-012-0021-0
https://thehealthsciencesacademy.org
Costas I. Karageorghis & David-Lee Priest (2012): Music in the exercise domain:a review and synthesis (Part I), International Review of Sport and Exercise
https://www.psychologytoday.com/au/blog/why-music-moves-us/201301/music-and-exercise-what-current-research-tells-us

Le Regole della Scienza e il Gioco dei Vaccini

I vaccini non sono sicuri al 100%, lo dice la scienza.

Lo dice serenamente perché, per fortuna, nessuno scienziato oserebbe dire che qualcosa è sicuro al 100%. Grazie al progresso scientifico però possiamo essere ambiziosi e puntare al massimo della sicurezza e dell’efficacia. Purtroppo però quando dici che un vaccino è sicuro al 98%, sembra che quel 2% di resto sia la cosa più spaventosa del mondo.

È importante fare chiarezza; remare contro lo sviluppo tecnologico non può fare bene a nessuna società. Sembra un discorso chiaro e semplice, ma a quanto pare non è così condiviso. Negli ultimi anni sono diffuse tante notizie sui vaccini e si è cominciato a parlare di contaminanti, di vaccini influenzali, di epidemie… tanta confusione che ha portato una generale sfiducia verso questo superpotere che abbiamo contro le malattie, dagli anni di Edward Jenner che scoprì il vaccino contro il vaiolo, 1796.

A far cresce questa sfiducia recentemente ci ha pensato l’associazione CORVELVA – Coordinamento Regionale Veneto per la Libertà delle Vaccinazioni fondata nel 1993.

L’intento era proprio dimostrare l’inefficacia del vaccino polivalente Infanrix, indicato per la vaccinazione primaria e di richiamo di neonati e bambini contro difterite, tetano, pertosse, epatite B, poliomielite e malattia causata da Haemophilus influenzae tipo b.

Purtroppo però se vuoi giocare con la Scienza, devi rispettare le regole del gioco. Ci sono dei protocolli da seguire, dei reagenti da usare e dei metodi approvati per ottenere i risultati. Non si può semplicemente fare un po’ il prestigiatore e trarre conclusioni che, guarda un po’, sono esattamente quelle sperate.

Intanto spieghiamo brevemente il principio alla base dei vaccini. Ogni vaccino porta un componente detto antigene: una proteina che viene riconosciuta dal sistema immunitario e quindi scatenala reazione immunitaria. Per fare il vaccino, questa proteina viene scaricata della sua azione tossica e viene perfezionata per attivare i nostri linfociti.

In questo studio viene scritto che non sono state rilevate tracce dell’antigene, quindi il vaccino è inutile. Se si va a vedere bene però, con occhi tecnici, si capisce che per fare l’esperimento è stato usato un reagente, la tripsina, che denatura e rompe tutti i legami che tengono insieme le proteine. In poche parole, anche se l’antigene ci fosse stato, sarebbe stato distrutto.  Andando a leggere più a fondo viene e scritto che utilizzando un saggio colorimetrico chiamato Bradford, si capisce che ci sono proteine, probabilmente questo antigene, nel campione. Ma lo studio questo risultato non lo mette in evidenza.

Il secondo punto, e qui uno studente di biochimica si strapperebbe i capelli, è la rilevazione di contaminanti. Infatti lo studio rivela che sono stati rilevati 65 contaminanti nel vaccino. Per farlo hanno usato una tecnica chiamata SANIST che non rivela assolutamente quali siano questi composti. Quello che possono dire è che sono stati rilevati 65 spettri di massa ma non hanno idea di cosa siano. E se fossero proprio pezzi degli antigeni? Loro non ce lo dicono! Ma perché non possono, avrebbero dovuto fare molte indagini identificative in più che, giustamente, si sono risparmiati.

Altro grande problema dello studio contro i vaccini: mancano i controlli!  Ora, chiunque abbia fatto una minima esperienza in laboratorio ad un certo punto si è trovato a fissare degli splendidi risultati, urlare “Eureka”, poi fissare un punto a caso, realizzare di non aver messo dei controlli nell’esperimento, cadere in depressione e pensare seriamente di cambiare mestiere!  I controlli sono quelli che ti permettono di validare un esperimento, di dire che non sei stato te a manomettere la procedura e di affermare che nessuno dei tuoi strumenti o reagenti sia stato contaminato.

In conclusione questo esperimento fa acqua da tutte le parti. La cosa allucinante è che è arrivato alla stampa senza subire un processo di controllo o di peer-review, come se non fosse stato prima approvato dalla comunità scientifica.

Lo scopo di questo studio è stato quello di dimostrare che i vaccini sono vuoti di principio attivo, sono quindi quasi vaccini omeopatici, e che invece contengono sostanze inquinanti. Ma a che pro? Perché svalutare così tanto l’utilizzo dei vaccini? Sono stati un’innovazione rivoluzionaria che ci ha permesso di non morire più a 5 anni di poliomielite o a 16 di tifo. Non dovrebbe la comunità scientifica investire soldi nel sostenere la ricerca vaccinale? Se abolissimo i vaccini, quale sarebbe l’alternativa? Perché si è smesso di puntare al progresso?  

di Irene F.

Fonti:

https://www.nature.com/articles/d41586-018-07464-0

Immagine di https://www.instagram.com/p/BrnNRpBAgcl/

Meno dolci e più vino: il segreto della giovinezza?


Fa davvero bene mangiare meno?

Nel 2004 quattro uomini e quattro donne si offrirono volontari per il progetto BIOSFERA 2: una struttura chiusa, progettata per contenere un ecosistema complesso e autosufficiente, con una savana, una barriera corallina e una foresta tropicale, per studiare e progettare una futura colonizzazione spaziale.

Accettarono quindi di rimanere chiusi in un sistema senza comunicazioni con l’esterno, senza la possibilità di poter comunicare tra loro e dovendo sopravvivere solo con il cibo in grado di procurarsi da soli.

BIOSFERA2 non ha dato i risultati sperati ed è stato interrotto prima del previsto; ma i dati raccolti sono stati illuminanti per diversi studi. Un altro dato interessante infatti è che, data la scarsità di cibo a disposizione, l’apporto calorico dei volontari si è ridotto quasi subito del 30%, comportando una notevole alterazione nei livelli ormonali e in altri parametri fisiologici dei volontari.


Altro caso

gli studiosi di Aging, ovvero dell’invecchiamento, sono segretamente appassionati di un’isola del Giappone, Okinawa. In quest’isola vive la popolazione umana più longeva del mondo, la maggior parte sono centenari. Gli scienziati collegano questa lunga vita alla loro dieta frugale, ovvero a bassissimo apporto calorico.

Ma cosa unisce questi due casi?

È stato dimostrato da studi su animali che assumere meno calorie aumenta l’aspettativa di vita e abbassa le probabilità di riscontrare malattie e danni all’apparato cardiovascolare.

Prima di tutto la restrizione calorica abbassa i livelli di zucchero e grassi e diminuisce la quantità di cellule adipose responsabili della produzione di fattori umorali, quali le citochine. Queste infatti sarebbero responsabili della liberazione di radicali liberi, causa principale dell’invecchiamento cellulare.

Un’altra ipotesi vede coinvolti anche i glucocorticoidi, gli ormoni dello stress, responsabili del fenomeno dell’invecchiamento. La restrizione calorica infatti, ne ridurrebbe la sintesi.

Ma la teoria che sembra avere più successo è quella dell’hormesis: la restrizione calorica induce un leggero stress che provoca una risposta di sopravvivenza nell’organismo, che si rafforza nei confronti delle avversità mediante cambiamenti metabolici, riuscendo così a contrastare le cause dell’invecchiamento.

Dal punto di vista biologico, l’effetto positivo della restrizione calorica si basa sull’attivazione delle sirtuine, enzimi prodotti dal gene Sir1, che si attivano quando siamo carenti di zuccheri e vanno a stimolare la produzione di insulina e di glucosio con effetti positivi anche su altri processi come l’espressione di geni antitumorali e la produzione di agenti antiossidanti.

Sfruttare questo meccanismo a nostro vantaggio significa trovare delle molecole in grado di mimare la restrizione calorica tanto da attivare il sistema delle sirtuine. Una di queste molecole è il resveratrolo, un polifenolo che si trova nella frutta e nell’uva e, quindi, nel nostro tanto amato vino rosso; gli scienziati credono infatti che le piante producano questa molecola in risposta alla carenza di nutrienti per sopravvivere.

Esperimenti condotti su lieviti e piccoli animali mostrano che l’assunzione di questa molecola aumenta la durata della vita riducendo i livelli di zuccheri, lo stress ossidativo e la morte cellulare. Uno studio condotto sui topi mostra come questa molecola sia protettiva anche contro obesità e diabete. Questo è un punto a favore del vino rosso che ha un alto contenuto di polifenoli e vitamine in grado di reagire con i radicali liberi dell’ossigeno, intrappolarli e diminuire i danni da stress ossidativo.

Prima però di attaccarvi alla bottiglia, è importante ricordare che la quantità di resveratrolo contenuta nel vino è talmente minima che, dato l’alto contenuto di alcool, ci distruggeremmo il fegato prima di poter vedere un qualunque effetto positivo per la nostra giovinezza!

Purtroppo non sono stati ancora condotti abbastanza studi sull’uomo riguardo l’efficacia della restrizione calorica; in primo luogo perché sarebbe difficile testare una restrizione calorica prolungata nel tempo, ed in secondo perché l’invecchiamento è un fenomeno multifattoriale per il quale risulta difficile individuare un’unica causa o un unico meccanismo. Le prime importanti conferme ci arrivano da una serie di studi chiamati CALERIE, in cui sono state testate varie diete con diverso apporto calorico, tramite le quali gli individui sovrappeso sotto restrizione calorica hanno ridotto colesterolo, insulina e altri marker fondamentali associati alla longevità.

Ma attenzione!

Tutti gli studiosi di caloric restriction (cioè restrizione calorica) concordano che la lunghezza della vita non può essere tenuta sotto controllo da un unico fattore come la dieta. Infatti anche la restrizione calorica va compresa e conosciuta perché altrimenti, se seguita in maniera impropria o troppo severa, può avere diversi effetti collaterali: ipotensione (le cui cause non sono completamente chiare), perdita della libido, irregolarità mestruali (a causa dell’eccessiva perdita di grasso corporeo e del declino concomitante degli ormoni steroidei), infertilità femminile, osteoporosi (da bassi livelli di estrogeni), eccessiva sensibilità al freddo e debolezza. Si osserva anche una cicatrizzazione rallentata (a causa della ridotta biosintesi di collagene e minor proliferazione cellulare), e condizioni psicologiche come depressione, ansia e irritabilità. Dunque, uno stile di vita improntato alla restrizione calorica deve essere iniziato con estrema cautela e sotto stretta supervisione medica. In conclusione è stato dimostrato che rinunciare a zuccheri per qualche tempo può quindi farci solo bene e che abbiamo una scusa in più per bere un bicchiere di vino a tavola, ma che sia rosso!

di Irene F.

Fonti:

https://www.nia.nih.gov/health/calorie-restriction-and-fasting-diets-what-do-we-know

https://www.sciencedaily.com/releases/2018/03/180322141008.htm

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