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Qual è il colore dell’acqua?

di Gabriele Mozzicato

L’acqua è il liquido incolore e insapore per antonomasia. Tuttavia riempiendo d’acqua demineralizzata un lungo tubo e guardandoci attraverso, si verifica che l’acqua è effettivamente colorata di un blu molto tenue.

Ripetendo lo stesso esperimento con dell’acqua pesante non si nota però nessun colore particolare. L’acqua pesante ha la stessa composizione chimica dell’acqua, ma nelle sue molecole gli atomi di Idrogeno sono sostituiti da un isotopo più pesante, il deuterio, che non influisce sulle proprietà chimiche della molecola.

A fare la differenza è la massa.

L’acqua infatti non trae il colore dal comportamento dei suoi elettroni, come la grande maggioranza delle altre sostanze, ma dalla capacità delle sue molecole di vibrare a frequenze specifiche. La geometria delle molecole d’acqua è tale per cui onde elettromagnetiche di particolari lunghezze d’onda riescono a eccitare l’intera molecola, provocando delle vibrazioni. Per far ciò però i fotoni devono essere assorbiti, e quindi l’intensità della luce riflessa a quelle particolari lunghezze d’onda risulta inferiore rispetto alle altre.

Questo è il fenomeno dell’assorbimento selettivo e, nel caso dell’acqua, consiste in un maggior assorbimento di lunghezze d’onda attorno ai 760, 660 e 605 nm, esattamente nella banda del rosso visibile, e di conseguenza una maggiore riflessione di lunghezze d’onda inferiori, a cui corrispondono colori dal verde al blu.

Le molecole d’acqua pesante hanno una massa maggiore, vibrano quindi a frequenze differenti, e risultano assorbire onde elettromagnetiche nelle lunghezze d’onda dell’infrarosso, per questo l’intensità dei colori visibili non è influenzata in alcun modo e guardando attraverso il tubo non si nota nulla di strano.

L’acqua è l’unica sostanza conosciuta a trarre il proprio colore principalmente dalle sue proprietà vibrazionali e non dalla configurazione elettronica; la molecola alla base di tutta la vita non smette mai di stupire.

#noidiminerva #fisica #acqua

Fonti e approfondimenti:

https://goo.gl/5YFA3k
https://goo.gl/qZt3kg

Quanto può essere forte un terremoto a casa mia? 

Di Francesco Munì

Tutti quanti ci saremo posti questa domanda almeno una volta, soprattutto a seguito di eventi calamitosi come quelli avvenuti recentemente in Appennino Centrale. Per poter conoscere i fenomeni sismici che il proprio comune si è trovato ad affrontare negli anni esiste un database prodotto dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), chiamato DBMI15 (Database Macrosismico Italiano 2015), aggiornamento al 2015 di precedenti versioni.

Mappa dei terremoti di massima intensità storicamente rilevati scala standard AHEAD

Questo database fornisce una serie di dati costituiti dall’intensità macrosismica, ovvero gli effetti prodotti su persone, manufatti e terreno, registrati dai vari comuni coinvolti da eventi avvenuti nell’arco di tempo che va dal 1000 al 2014. Questi dati (122701 dati relativi a 3212 terremoti) sono molto importanti poiché hanno permesso di stimare la localizzazione e la magnitudo di sismi che si sono verificati prima dell’avvento della sismologia moderna, che si avvale di sismografi. Inoltre, i numerosi dati hanno consentito di coprire complessivamente 7702 comuni degli 8047 esistenti in Italia.

L’intensità macrosismica utilizzata in questo database si basa sullo standard AHEAD (European Archive of Historical EArthquake Data) costituito da una scala formata da numeri arabi che vanno da 1 (sisma non percepito) a 11 ( Danni molto gravi).

Consultando il database è possibile ottenere la storia sismica di ogni località italiana identificata, ovvero l’elenco dei terremoti che hanno prodotto effetti macrosismici in quel luogo. Per poterlo utilizzare bisogna seguire una semplice procedura:

  • Entrare nel sito;
  • Scrivere il nome del comune oppure disegnare un’area circolare o poligonale della zona desiderata sulla mappa di destra oppure cercare la regione (ente territoriale) di interesse;
  • Sulla mappa compariranno i comuni interessati da terremoti che hanno prodotto effetti macrosismici. Questi saranno contrassegnati da un simbolo circolare relativo alla massima intensità macrosismica registrata (legenda in basso a destra);
  • Cliccare sul comune di interesse per aprire la scheda in cui vengono elencati tutti i terremoti di cui si ha notizia e che hanno prodotto effetti macrosismici. Nella scheda sarà possibile visualizzare i dati e coordinate del comune, il numero degli eventi, l‘intensità macrosismica registrata dal comune per ciascun evento, data dell’evento, l’area epicentrale del sisma, il numero di dati macrosismici, l’intensità macrosismica in area epicentrale e la magnitudo momento (Mw) stimata o misurata per quel terremoto.

Questo strumento è di grande importanza in quanto permette di conoscere come ha reagito il proprio comune a eventi passati, in modo tale da poter prendere coscienza del rischio a cui si è sottoposti e adottare le dovute misure di salvaguardia (norme di autoprotezione) e di prevenzione (adeguamento sismico degli edifici).

Link al Database: http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/query_place/

Per ulteriori informazioni si consiglia di consultare il documento dell’INGV fonte di questo post:

http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-D…/…/DBMI15_descrizione.pdf

Vampiri, leggenda o realtà?

di Alessia Autieri

Partiamo dal sangue

L’eme è un complesso chimico contenente un atomo di ferro in grado di legare ossigeno e fa parte di una famiglia di composti molto importanti chiamati porfirine. Costituisce la parte non proteica di proteine come l’emoglobina, la mioglobina e i citocromi.

È una delle molecole prodotte in maggiori quantità nell’organismo e per questo le patologie che riguardano la sintesi dell’eme possono essere piuttosto gravi.


Immagine della molecola di Emoglobina e della struttura del gruppo Eme

Malattie genetiche rare

Le porfirie sono un gruppo di malattie rare, per la maggior parte ereditarie, dovute a deficit dell’attività di uno degli enzimi coinvolti nella via di biosintesi dell’eme. La conseguenza è un accumulo di molecole, chiamate porfirine, o dei loro precursori; queste sostanze, come tali, non sono dannose ma sono fotosensibili. Infatti diventano fortemente tossiche a livello della cute, dove vengono a contatto con i raggi ultravioletti del sole.

Le porfirie vengono classificate in due gruppi principali: acute e non acute. Le forme acute (porfiria acuta intermittente, coproporfiria ereditaria, porfiria variegata) sono caratterizzate da coinvolgimento neurologico. Le forme non acute (protoporfiria eritropoietica, porfiria eritropoietica congenita, porfiria cutanea tarda e porfiria epatoeritropoietica) sono invece caratterizzate da sintomi esclusivamente cutanei tra cui fotofobia.

La pelle esposta al sole presenta scottature, bolle, lacerazioni, croste e cicatrici molto lente nel guarire; può esserci anche senescenza cutanea precoce o alopecia cicatriziale.

Si ha tendenza alla anemia, con emoglobina bassa e ridotto numero di globuli rossi; questo si associa a senso di stanchezza, scarsa resistenza fisica e pallore cutaneo generalizzato. I denti accumulano le porfirine, diventano rossi in trasparenza ed appaiono molto più lunghi a causa del ritiro delle gengive.

Anche a livello oculare i danni possono essere importanti: le ciglia cadono, si ha tendenza alla congiuntivite ed alla sclerite, gli occhi sono cerchiati di rosso per fragilità dei capillari. Spesso è presente splenomegalia: la milza si ingrossa perché il carico di lavoro è molto aumentato per rimuovere i globuli rossi deteriorati dall’eccesso di porfirine. Può manifestarsi anche rachitismo che rende i malati deformi. Inoltre i soggetti porfirinici non possono assumere aglio perché contiene un alcaloide metabolizzato dal citocromo P450 (enzima con un gruppo eme sintetizzato dagli epatociti) che viene così sequestrato; l’organismo reagisce producendo altro citocromo P450 e quindi maggiori quantità di eme, ma il deficit nella sua biosintesi provoca l’accumulo di porfirine e la malattia si acuisce.

Nel passato, tali sintomi hanno contribuito a creare inquietanti misteri intorno alle persone affette da porfiria, tanto più che per curare il pallore causato dall’anemia pare venisse prescritto loro di bere sangue bovino. È sostenuta da alcuni la tesi che sia stata proprio la porfiria, in un’epoca in cui di questa malattia non si sapeva nulla, ad ispirare miti e leggende sulla figura del vampiro, divenuti poi opere letterarie e cinematografiche.

La Protoporfiria eritropoietica (EPP) è la forma più grave di porfiria, le conseguenze di questa malattia possono essere così severe da portare alla morte. Fino a pochi anni fa, l’unica terapia consisteva nella protezione dal sole attraverso creme schermanti e β-carotene. Nel 2008 però è iniziata anche in Italia la sperimentazione di fase III di una molecola in grado di ridurre e, in alcuni casi, eliminare la sintomatologia cutanea della malattia.

Scenesse è il nome dell’impianto inserito nel tessuto sottocutaneo del paziente ogni due mesi, prima e durante i periodi di un’aumentata esposizione alla luce solare. Il principio attivo di Scenesse (afamelanotide) è simile a un ormone presente nell’organismo che stimola la produzione di un pigmento marrone-nero (eumelanina) nella pelle. Questo pigmento è prodotto durante l’esposizione alla luce solare per bloccare la penetrazione della luce nelle cellule; in questo modo Scenesse previene le reazioni dolorose da fotosensibilità.

Nel 2014 la Commissione europea ha rilasciato un’autorizzazione all’immissione in commercio per Scenesse, valida in tutta l’Unione europea. Poiché il numero di pazienti affetti da EPP è basso, la malattia è considerata rara e Scenesse è stato classificato come medicinale orfano (medicinale usato nelle malattie rare).

I malati che avevano preso parte alla sperimentazione sono entusiasti del farmaco: poter passeggiare sotto il sole senza ustionarsi ha innalzato notevolmente la loro qualità di vita. Attualmente però potrebbero dover tornare alle cure con integratori e creme schermanti, infatti la ditta australiana Clinuvel, titolare di Scenesse, ha deciso di quadruplicare il prezzo del farmaco: nel 2010 era venduto al SSN per 5.300 Euro, nel 2018 il prezzo arriverà ai 21.000 Euro. L’AIFA non è riuscita a raggiungere un accordo sul prezzo ed il farmaco è stato classificato in fascia di non rimborsabilità da parte del SNN; esso potrà comunque essere acquistato dalle Aziende Sanitarie delle singole Regioni.

Se siete interessati a vedere un caso reale, si segnala che l’immagine al seguente link è forte e se ne sconsiglia la visione alle persone impressionabili: https://goo.gl/DxmVtY

#noidiminerva #porfirie #vampiri #scenesse

Approfondimenti:

Porfirie: https://goo.gl/ciTzRn

Scenesse: https://goo.gl/jNJPZ7

Credits pic:
https://odobiochem.wordpress.com/2016/04/09/j-e-le-porfirine/

Microrganismi all’opera (d’arte)

Qualcuno dice che “Ciò che non uccide fortifica”! Beh, questo antico proverbio può essere un incipit adeguato per raccontare il relativamente recente sodalizio fra arte e microbiologia.

Robert Ryman, Twin, 1966, MOMA

Robert Ryman, Twin (1966)

Malgrado si tenda quasi sempre ad associare i batteri ad un pericolo, in realtà molte specie batteriche non solo non uccidono, ma sono addirittura utili a “fortificare” i nostri beni culturali.

E’ vero che alcune costruzioni e opere d’arte, di vario genere e fattura, possono essere influenzate negativamente da diverse attività microbiche; tuttavia è altrettanto vero, che da quelle stesse attività microbiche, altre opere di materiale diverso possono trarne vantaggio.

Consideriamo ad esempio l’attività metabolica dei solfobatteri. Questi ultimi prendono il nome dalla loro capacità di produrre energia ossidando composti organici o idrogeno molecolare e riducendo il solfato a idrogeno solfuro. In pratica questi batteri per respirare hanno necessità del solfato e non dell’ossigeno. La via metabolica della riduzione del solfato ha effetti negativi e positivi. Un effetto negativo è la biocorrosione del ferro e delle leghe in ferro; un effetto positivo è invece la rimozione delle croste nere dalla pietra (proprio attraverso la riduzione del solfato in esse contenuto). E’ per questi motivi dunque che i solfobatteri sono temuti dalle costruzioni in ferro e hanno invece trovato applicazione sulle opere in pietra.

A mettere pace fra il micro e il macro sono state le biotecnologie e la microbiologia. Alcuni studiosi hanno infatti pensato a trattamenti di pulitura e restauro utilizzando in maniera adeguata le vie metaboliche di diversi microrganismi appositamente selezionati in base al substrato da restaurare. Questi trattamenti hanno avuto un ottimo riscontro perchè non sono nocivi per l’operatore, contribuiscono a preservare i nostri beni culturali e sono sostenibili anche per l’ambiente.

Le opere d’arte purtroppo sono minacciate da diverse insidie e fra queste l’inquinamento è una delle più note. Tanti sono anche i danni creati da agenti biologici come alghe, licheni, muschi, batteri e funghi. Essi scelgono la loro opera non in base ad un gusto artistico ma in base alla proprietà di biorecittività e alla capacità di soddisfare le loro esigenze metaboliche (esposizione alla luce, reperimento di molecole organiche, umidità, ecc..). Le opere d’arte sono dei veri e propri ecosistemi! In questo contesto, la figura del biologo diventa dunque importante per l’identificazione degli organismi presenti al fine di scegliere mirati interventi di conservazione e restauro.

Vi sono anche numerose insidie di origine organica. Fra queste, particolarmente minacciose, sono i residui di sostanze impiegate in precedenti interventi di restauro, quali colle animali e caseina. Questi materiali, distribuiti sulla superficie dipinta dell’affresco per staccare gli stessi  dalla parete originaria prima del restauro o come adesivante sul retro (caseina) al termine dei lavori, costituivano, purtroppo, un ottimo terreno di crescita per microrganismi, come alcuni miceti (funghi), che penetrano in profondità con le loro ife. Come risolvere il problema della colla? Un noto gruppo di ricerca nel settore del biorestauro, diretto dal Professore Giancarlo Ranalli, Università del Molise, ha utilizzato delle cellule batteriche vitali di Pseudomonas stutzeri (ceppo A29) per la biopulitura di affreschi medievali del Camposanto monumentale di Pisa.

Due particolari dell’Affresco Conversione di S.Efisio e battaglia del Camposanto monumentale di Pisa,

prima e dopo la biopulitura con Pseudomonas Stutzeri ed enzima Proteasi-type XIX

(Ranalli et al. Biotechnology applied to cultural heritage: biorestoration of frescoes using viable bacterial cells and enzymes. Journal of Applied Microbiology (2005), 98, 73-83 )

Il ceppo batterico è stato scelto dopo studi in laboratorio che hanno verificato l’elevata capacità di biodegradare la colla animale alterata in oggetto. Dopo la rimozione dello strato di cotone contenente la coltura batterica di P. stutzeri, piccoli residui di materiale organico si trovavano ancora sulla superficie dell’affresco. Per rimuovere questi ultimi è stata allora utilizzata una soluzione enzimatica contenente una proteasi. L’uso degli enzimi purificati è stato documentato in diversi progetti di biopulitura. I lavori per il recupero degli affreschi del Camposanto monumentale di Pisa, recentemente definito da Antonio Paolucci “La Sistina Pisana”, sono giunti a termine e sono stati presentati al pubblico nel Giugno del 2018.

E’ aperta la sfida anche per la conservazione dei reperti in ferro, molto comuni tra i reperti degli scavi archeologici. Lo strato di corrosione formato su questi oggetti richiede la stabilizzazione; le attuali tecnologie utilizzate per questo scopo sono lunghe e generano rifiuti pericolosi e vi è pertanto la necessità di un metodo alternativo. A tal proposito si stanno valutando i possibili benefici dell’utilizzo dei batteri anche su queste opere.

Sono sempre più numerosi i laboratori di ricerca in Italia e nel mondo che lavorano in questo settore per raggiungere una sempre più alta efficienza.

Il nostro Paese, noto per lo straordinario patrimonio artistico, non poteva non distinguersi nel campo del biorestauro! Fra i vari gruppi di lavoro possiamo citare l’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) che detiene addirittura un brevetto dal titolo: Processo Biotecnologico per la Rimozione di Depositi Coerenti di Origine Organica ed Inorganica da Materiali ed Opere di Interesse Storico-Artistico. L’innovazione del lavoro brevettato consiste nell’utilizzo di ceppi batterici ambientali non patogeni immobilizzati in un gel di laponite (un particolare tipo di argilla) atossico, che può essere facilmente rimosso alla fine del trattamento senza lasciare residui e senza intaccare la patina pittorica.

Un’altra azienda italiana che lavora nel settore del biorestauro è la Bioresart. Fra i servizi che offre vi è il monitoraggio biologico e ambientale per la prevenzione del biodeterioramento delle opere d’arte e per la valutazione del rischio biologico.

Guardando la tela di Robert Ryman, gli esperti affermeranno che trattasi di arte concettuale; gli scettici dubiteranno del suo valore; i cinici vedranno un’opera vuota; i sognatori la dipingeranno con l’immaginazione; un microbiologo indagherà sui ceppi batterici che la popolano; un biotecnologo valuterà come utilizzare vantaggiosamente quei ceppi. Poi ci sarà qualcuno (come me) che dopo aver elebaborato le informazioni di questo articolo, penserà che quella tela non è un capolavoro, ma per lo meno un giorno sarà facile da restaurare!

M. falzone

Fonti:

-Microbial Biotechnology (2017) 10(5), 1145–1148

-Environmental Microbiology (2005) 7(7), 909–915

-Journal of Applied Microbiology (2005), 98, 73-83

http://www.enea.it

http://www.bioresart.it

iPSC: Il futuro delle cellule staminali

Immaginate ogni cellula del nostro corpo come ad una potenziale cellula staminale!

Sembra fantascienza,  invece è realtà grazie agli studi di Kazutoshi Takahashi e Shinya Yamanaka, che nel 2006 hanno dimostrato che è possibile riprogrammare una cellula somatica (es. cellula epiteliale) riportandola a uno stadio di staminalità.

Queste cellule riprogrammate, grazie all’inserimento artificiale di 4 geni, furono chiamate iPSC ossia “Cellule Staminali Pluripotenti Indotte”.

Prima di tutto occorre fare un passo indietro e chiederci cosa sia una cellula staminale.

Si tratta di una cellula che ha la capacità di trasformarsi in altre cellule del corpo attraverso un meccanismo chiamato “differenziamento cellulare”.

Le cellule staminali possono essere classificate a seconda della loro capacità nel differenziarsi in altre cellule:

Totipotenti: cellule capaci di differenziarsi in tutte le cellule dell’organismo e anche nei tessuti extraembrionali (es. placenta);

Pluripotenti: cellule che possono differenziarsi in uno qualsiasi dei 3 strati germinativi di cui è composto l’embrione: ectoderma (strato più esterno), il mesoderma (strato intermedio) e l’endoderma (strato più interno).

Le cellule staminali pluripotenti non hanno la capacità di formare un organismo adulto completo o di formare tessuti extraembrionali;

Multipotenti: cellule che hanno la capacità di differenziarsi in un numero limitato di tipi cellulari;

Oligopotenti: cellule in grado di trasformarsi solo in alcuni tipo cellulari;

Unipotenti: cellule con la capacità di differenziarsi in un singolo tipo cellulare;

Nella ricerca si tende ad usare principalmente le cellule pluripotenti per il loro alto grado di differenziazione e la relativa semplicità di reperimento.

Prima dell’avvento delle iPSC, come fonte principale di questo genere di cellule si usavano le ESC (cellule staminali embrionali) ma erano accompagnate da numerose critiche etiche.

Le iPSC sono state in grado di eliminare i problemi etici delle ESC e hanno aperto nuove frontiere nella ricerca.

La terapia cellulare e un’opzione molto valida per la cura di diversi danni e patologie. Le iPSC hanno permesso un grosso passo avanti in tale direzione.

Esse infatti possiedono molte delle caratteristiche delle staminali embrionali e non vanno incontro a problemi di rigetto in un possibile trapianto, dal momento che si usano le stesse cellule del paziente.

Alcuni ricercatori sono riusciti a portare a uno stadio di normalità topi affetti da anemia falciforme grazie al trapianto di cellule ematopoietiche derivate da iPSC.

Purtroppo non tutto è perfetto, alcuni studi hanno dimostrato che le iPSC e le ESC non sono uguali al 100%, e si sta cercando di capire come queste differenze possano influire sulla medicina e sulla ricerca

Attualmente l’utilizzo delle iPSC nella terapia cellulare è limitato da problemi tecnici e conoscenze ancora ridotte

Tutto ciò dimostra come ancora poco sappiamo sul mondo che ci circonda e soprattutto sul funzionamento del nostro stesso corpo, ed è per questo che migliaia di ricercatori lavorano, per trovare delle risposte.

di Alessandro B.

Fonti:

“Induction of pluripotent stem cells from mouse embryonic and adult fibroblast cultures by defined factors” , Takahashi K , Yamanaka s. – https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16904174

“Cellule iPS e riprogrammazione: trasformare ogni cellula del corpo in una cellula staminale” – https://www.eurostemcell.org/it/cellule-ips-e-riprogrammazione-trasformare-ogni-cellula-del-corpo-una-cellula-staminale

“Cellula Staminale” – https://it.wikipedia.org/wiki/Cellula_staminale#Classificazione_in_base_all’origine

“La rigenerazione tramite cellule iPS” – http://www.irmi.eu/wordpress/medicina-rigenerativa/la-rigenerazione-tramite-cellule-ips/

Le Regole della Scienza e il Gioco dei Vaccini

I vaccini non sono sicuri al 100%, lo dice la scienza.

Lo dice serenamente perché, per fortuna, nessuno scienziato oserebbe dire che qualcosa è sicuro al 100%. Grazie al progresso scientifico però possiamo essere ambiziosi e puntare al massimo della sicurezza e dell’efficacia. Purtroppo però quando dici che un vaccino è sicuro al 98%, sembra che quel 2% di resto sia la cosa più spaventosa del mondo.

È importante fare chiarezza; remare contro lo sviluppo tecnologico non può fare bene a nessuna società. Sembra un discorso chiaro e semplice, ma a quanto pare non è così condiviso. Negli ultimi anni sono diffuse tante notizie sui vaccini e si è cominciato a parlare di contaminanti, di vaccini influenzali, di epidemie… tanta confusione che ha portato una generale sfiducia verso questo superpotere che abbiamo contro le malattie, dagli anni di Edward Jenner che scoprì il vaccino contro il vaiolo, 1796.

A far cresce questa sfiducia recentemente ci ha pensato l’associazione CORVELVA – Coordinamento Regionale Veneto per la Libertà delle Vaccinazioni fondata nel 1993.

L’intento era proprio dimostrare l’inefficacia del vaccino polivalente Infanrix, indicato per la vaccinazione primaria e di richiamo di neonati e bambini contro difterite, tetano, pertosse, epatite B, poliomielite e malattia causata da Haemophilus influenzae tipo b.

Purtroppo però se vuoi giocare con la Scienza, devi rispettare le regole del gioco. Ci sono dei protocolli da seguire, dei reagenti da usare e dei metodi approvati per ottenere i risultati. Non si può semplicemente fare un po’ il prestigiatore e trarre conclusioni che, guarda un po’, sono esattamente quelle sperate.

Intanto spieghiamo brevemente il principio alla base dei vaccini. Ogni vaccino porta un componente detto antigene: una proteina che viene riconosciuta dal sistema immunitario e quindi scatenala reazione immunitaria. Per fare il vaccino, questa proteina viene scaricata della sua azione tossica e viene perfezionata per attivare i nostri linfociti.

In questo studio viene scritto che non sono state rilevate tracce dell’antigene, quindi il vaccino è inutile. Se si va a vedere bene però, con occhi tecnici, si capisce che per fare l’esperimento è stato usato un reagente, la tripsina, che denatura e rompe tutti i legami che tengono insieme le proteine. In poche parole, anche se l’antigene ci fosse stato, sarebbe stato distrutto.  Andando a leggere più a fondo viene e scritto che utilizzando un saggio colorimetrico chiamato Bradford, si capisce che ci sono proteine, probabilmente questo antigene, nel campione. Ma lo studio questo risultato non lo mette in evidenza.

Il secondo punto, e qui uno studente di biochimica si strapperebbe i capelli, è la rilevazione di contaminanti. Infatti lo studio rivela che sono stati rilevati 65 contaminanti nel vaccino. Per farlo hanno usato una tecnica chiamata SANIST che non rivela assolutamente quali siano questi composti. Quello che possono dire è che sono stati rilevati 65 spettri di massa ma non hanno idea di cosa siano. E se fossero proprio pezzi degli antigeni? Loro non ce lo dicono! Ma perché non possono, avrebbero dovuto fare molte indagini identificative in più che, giustamente, si sono risparmiati.

Altro grande problema dello studio contro i vaccini: mancano i controlli!  Ora, chiunque abbia fatto una minima esperienza in laboratorio ad un certo punto si è trovato a fissare degli splendidi risultati, urlare “Eureka”, poi fissare un punto a caso, realizzare di non aver messo dei controlli nell’esperimento, cadere in depressione e pensare seriamente di cambiare mestiere!  I controlli sono quelli che ti permettono di validare un esperimento, di dire che non sei stato te a manomettere la procedura e di affermare che nessuno dei tuoi strumenti o reagenti sia stato contaminato.

In conclusione questo esperimento fa acqua da tutte le parti. La cosa allucinante è che è arrivato alla stampa senza subire un processo di controllo o di peer-review, come se non fosse stato prima approvato dalla comunità scientifica.

Lo scopo di questo studio è stato quello di dimostrare che i vaccini sono vuoti di principio attivo, sono quindi quasi vaccini omeopatici, e che invece contengono sostanze inquinanti. Ma a che pro? Perché svalutare così tanto l’utilizzo dei vaccini? Sono stati un’innovazione rivoluzionaria che ci ha permesso di non morire più a 5 anni di poliomielite o a 16 di tifo. Non dovrebbe la comunità scientifica investire soldi nel sostenere la ricerca vaccinale? Se abolissimo i vaccini, quale sarebbe l’alternativa? Perché si è smesso di puntare al progresso?  

di Irene F.

Fonti:

https://www.nature.com/articles/d41586-018-07464-0

Immagine di https://www.instagram.com/p/BrnNRpBAgcl/

Gli Alieni sulla Terra: cosa sono le Specie Invasive?


Cimici tra le tende, nei vestiti, sui muri, sembra quasi un’invasione. Ma da dove arrivano? E perché sono così tante?

L’insetto che ci pare di trovare ovunque è la cimice bruno marmorizzata, Halyomorpha halys, ed è una specie aliena invasiva. Nulla a che fare con navicelle spaziali e raggi laser; si tratta di insetti che non sono dove dovrebbero essere: sono stati importati in un nuovo ambiente che hanno trovato favorevole per la sopravvivenza e la riproduzione.

Halyomorpha halys. Foto: Pixabay

Prima di tutto, un po’ di chiarezza sui termini.

  • Una specie autoctona è una specie presente nel territorio non introdotta dall’uomo.
  • Una specie alloctona (o aliena) è una specie introdotta dall’uomo, accidentalmente o volontariamente, in un nuovo territorio, diverso dall’area di origine.
  • Una specie alloctona (o aliena) invasiva è una specie alloctona che causa danni alla biodiversità, ai sistemi ecologici, all’economia e alla salute dell’uomo e degli altri animali.

In Europa, le specie aliene sono circa 12000 e più di 3000 si trovano in Italia. Delle 12000 specie totali, il 10-15% è composto da specie invasive. Oltre ai danni ambientali, hanno un grande impatto economico: circa 12 miliardi di euro ogni anno solo nell’Unione Europea.

Sono state introdotte dall’uomo in luoghi diversi da quelli d’origine, soprattutto a causa dell’incremento del commercio, dei viaggi e del turismo. Le vie d’ingresso principali sono porti e aeroporti, dove il movimento di persone e merci fa in modo che le specie si diffondano. Inoltre, vengono importate come ornamenti, animali da compagnia e per attività come la pesca sportiva, oppure succede che fuggano da allevamenti e zoo o che cittadini irresponsabili le rilascino in natura.

Quali danni provocano le specie invasive?

In poche parole, compromettono l’equilibrio di un ambiente: competono per le stesse risorse delle specie autoctone, possono alterare la composizione di quelle presenti in una determinata area, degradano gli habitat che occupano e cambiano il tipo di suolo.

Queste specie sono considerate la seconda grande minaccia alla biodiversità della Terra: hanno contribuito al 54% delle estinzioni di animali e continuano a minacciare l’esistenza di molte specie presenti.

Anche l’impatto sulle attività produttive è rilevante. Tra gli effetti ci sono la devastazione dei raccolti, la perdita del bestiame e la distruzione degli argini dei fiumi. Per quanto riguarda la salute, possono trasmettere allergie o malattie, sia alle specie animali e vegetali che all’uomo.

Myocastor coypus. Foto: Pixabay

Tornando alle temute cimici, la specie invasiva sopracitata è originaria dell’Asia orientale (Cina, Taiwan, Giappone e Corea) ed è apparsa in Europa nel 2004. In Italia è stata individuata per la prima volta nel 2012 e si è diffusa velocemente nel territorio, diventando dannosa per le cimici autoctone, l’ambiente e le coltivazioni, perché si nutre di una grande varietà di piante. Si sospetta anche che possa causare allergie respiratorie e dermatiti da contatto.

Nel periodo invernale, le cimici si raggruppano in luoghi chiusi e riparati per superare il freddo ed è per questo che le troviamo in casa.

Nel 2015 le temperature medie in Italia sono state più alte rispetto al resto dell’Europa e questo ha favorito la sopravvivenza delle cimici asiatiche. In particolare, nella Pianura Padana le cimici si riproducono due volte all’anno, al contrario di quanto avviene nel resto dei luoghi europei.

Cosa si può fare?

La risposta è: prevenzione. È più facile impedire l’accesso delle specie invasive che cercare di eliminarle o contenerle una volta insediate nell’ambiente.

L’Europa ha stilato un elenco di 49 specie invasive per le quali è vietata l’introduzione, la detenzione, l’allevamento, la coltivazione, il commercio, la vendita, la riproduzione e il rilascio nell’ambiente e 33 di queste sono presenti in Italia.

Si tratta, ad esempio, del giacinto d’acqua (Eichhornia crassipes), del calabrone asiatico (Vespa velutina nigrithorax), del gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii), della testuggine palustre americana (Trachemys scripta) e della nutria (Myocastor coypus).

I proprietari degli animali da compagnia inseriti nella lista, come le testuggini palustri americane,

hanno dovuto denunciarne il possesso al Ministero dell’Ambiente e spiegare le modalità adottate per impedire la riproduzione e la diffusione. I parchi zoologici, i giardini botanici e i centri di ricerca possono chiedere apposite autorizzazioni. Per chi non rispettasse le leggi, sono previste importanti sanzioni.

Procambarus clarkii. Foto: Pixabay

Nel caso delle cimici asiatiche, le istituzioni stanno pensando di inserire la vespa samurai (Trissolcus japonicus) per diminuire il numero degli insetti dannosi. Si tratta di un antagonista naturale della cimice, è lunga un paio di millimetri e depone le proprie uova all’interno di quelle delle cimici: quando le larve nascono, si cibano delle cimici in formazione.

Per il momento, è stata permessa l’introduzione delle vespe solo a scopo di studio e ricerca; si tratta comunque di un’altra specie alloctona e non è ancora chiaro il possibile impatto sull’ambiente.

Trissolcus japonicus. Foto: U.S. Department of Agriculture

di Silvia M.

Fonti:

https://www.researchgate.net/publication/309349778_Specie_aliene_invasive_il_caso_della_cimice_bruna_marmorizzata_Halyomorpha_halys_Heteroptera_Pentatomidae_in_Italia_e_nel_territorio_modenese

https://www.wwf.it/news/notizie/?uNewsID=37780

http://www.specieinvasive.it/index.php/it/

https://www.giornaledibrescia.it/italia-ed-estero/le-cimici-asiatiche-potrebbero-avere-le-ore-contate-1.3309174

http://entnemdept.ufl.edu/creatures/beneficial/wasps/Trissolcus_japonicus.htm

Meno dolci e più vino: il segreto della giovinezza?


Fa davvero bene mangiare meno?

Nel 2004 quattro uomini e quattro donne si offrirono volontari per il progetto BIOSFERA 2: una struttura chiusa, progettata per contenere un ecosistema complesso e autosufficiente, con una savana, una barriera corallina e una foresta tropicale, per studiare e progettare una futura colonizzazione spaziale.

Accettarono quindi di rimanere chiusi in un sistema senza comunicazioni con l’esterno, senza la possibilità di poter comunicare tra loro e dovendo sopravvivere solo con il cibo in grado di procurarsi da soli.

BIOSFERA2 non ha dato i risultati sperati ed è stato interrotto prima del previsto; ma i dati raccolti sono stati illuminanti per diversi studi. Un altro dato interessante infatti è che, data la scarsità di cibo a disposizione, l’apporto calorico dei volontari si è ridotto quasi subito del 30%, comportando una notevole alterazione nei livelli ormonali e in altri parametri fisiologici dei volontari.


Altro caso

gli studiosi di Aging, ovvero dell’invecchiamento, sono segretamente appassionati di un’isola del Giappone, Okinawa. In quest’isola vive la popolazione umana più longeva del mondo, la maggior parte sono centenari. Gli scienziati collegano questa lunga vita alla loro dieta frugale, ovvero a bassissimo apporto calorico.

Ma cosa unisce questi due casi?

È stato dimostrato da studi su animali che assumere meno calorie aumenta l’aspettativa di vita e abbassa le probabilità di riscontrare malattie e danni all’apparato cardiovascolare.

Prima di tutto la restrizione calorica abbassa i livelli di zucchero e grassi e diminuisce la quantità di cellule adipose responsabili della produzione di fattori umorali, quali le citochine. Queste infatti sarebbero responsabili della liberazione di radicali liberi, causa principale dell’invecchiamento cellulare.

Un’altra ipotesi vede coinvolti anche i glucocorticoidi, gli ormoni dello stress, responsabili del fenomeno dell’invecchiamento. La restrizione calorica infatti, ne ridurrebbe la sintesi.

Ma la teoria che sembra avere più successo è quella dell’hormesis: la restrizione calorica induce un leggero stress che provoca una risposta di sopravvivenza nell’organismo, che si rafforza nei confronti delle avversità mediante cambiamenti metabolici, riuscendo così a contrastare le cause dell’invecchiamento.

Dal punto di vista biologico, l’effetto positivo della restrizione calorica si basa sull’attivazione delle sirtuine, enzimi prodotti dal gene Sir1, che si attivano quando siamo carenti di zuccheri e vanno a stimolare la produzione di insulina e di glucosio con effetti positivi anche su altri processi come l’espressione di geni antitumorali e la produzione di agenti antiossidanti.

Sfruttare questo meccanismo a nostro vantaggio significa trovare delle molecole in grado di mimare la restrizione calorica tanto da attivare il sistema delle sirtuine. Una di queste molecole è il resveratrolo, un polifenolo che si trova nella frutta e nell’uva e, quindi, nel nostro tanto amato vino rosso; gli scienziati credono infatti che le piante producano questa molecola in risposta alla carenza di nutrienti per sopravvivere.

Esperimenti condotti su lieviti e piccoli animali mostrano che l’assunzione di questa molecola aumenta la durata della vita riducendo i livelli di zuccheri, lo stress ossidativo e la morte cellulare. Uno studio condotto sui topi mostra come questa molecola sia protettiva anche contro obesità e diabete. Questo è un punto a favore del vino rosso che ha un alto contenuto di polifenoli e vitamine in grado di reagire con i radicali liberi dell’ossigeno, intrappolarli e diminuire i danni da stress ossidativo.

Prima però di attaccarvi alla bottiglia, è importante ricordare che la quantità di resveratrolo contenuta nel vino è talmente minima che, dato l’alto contenuto di alcool, ci distruggeremmo il fegato prima di poter vedere un qualunque effetto positivo per la nostra giovinezza!

Purtroppo non sono stati ancora condotti abbastanza studi sull’uomo riguardo l’efficacia della restrizione calorica; in primo luogo perché sarebbe difficile testare una restrizione calorica prolungata nel tempo, ed in secondo perché l’invecchiamento è un fenomeno multifattoriale per il quale risulta difficile individuare un’unica causa o un unico meccanismo. Le prime importanti conferme ci arrivano da una serie di studi chiamati CALERIE, in cui sono state testate varie diete con diverso apporto calorico, tramite le quali gli individui sovrappeso sotto restrizione calorica hanno ridotto colesterolo, insulina e altri marker fondamentali associati alla longevità.

Ma attenzione!

Tutti gli studiosi di caloric restriction (cioè restrizione calorica) concordano che la lunghezza della vita non può essere tenuta sotto controllo da un unico fattore come la dieta. Infatti anche la restrizione calorica va compresa e conosciuta perché altrimenti, se seguita in maniera impropria o troppo severa, può avere diversi effetti collaterali: ipotensione (le cui cause non sono completamente chiare), perdita della libido, irregolarità mestruali (a causa dell’eccessiva perdita di grasso corporeo e del declino concomitante degli ormoni steroidei), infertilità femminile, osteoporosi (da bassi livelli di estrogeni), eccessiva sensibilità al freddo e debolezza. Si osserva anche una cicatrizzazione rallentata (a causa della ridotta biosintesi di collagene e minor proliferazione cellulare), e condizioni psicologiche come depressione, ansia e irritabilità. Dunque, uno stile di vita improntato alla restrizione calorica deve essere iniziato con estrema cautela e sotto stretta supervisione medica. In conclusione è stato dimostrato che rinunciare a zuccheri per qualche tempo può quindi farci solo bene e che abbiamo una scusa in più per bere un bicchiere di vino a tavola, ma che sia rosso!

di Irene F.

Fonti:

https://www.nia.nih.gov/health/calorie-restriction-and-fasting-diets-what-do-we-know

https://www.sciencedaily.com/releases/2018/03/180322141008.htm

L’epopea delle bambine Cinesi con il DNA modificato: una panoramica sulla vicenda

Dalla notizia non accertata alle questioni etiche sollevate, dall’annuncio della sospensione della sperimentazione clinica a quello di un’altra gravidanza in corso. Una overview del discusso caso sull’utilizzo dell’editing genomico prima della nascita.

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A scuola di robot: come nasce una passione

Siamo felici di essere entrati in contatto con Valeria Cagnina: maker, blogger e giovanissima insegnante di robotica.

 

 

[Domandando a Valeria] Ti descrivi anche come “un Whynotter, non uno Yesbutter”, cosa intendi con queste due espressioni?

Il mio motto è “Sono un Whynotter e non un Yesbutter”, ossia sono un ‘perché no?’ e non un ‘si, ma…’. Mi piace sempre interrogarmi, farmi domande e soprattutto perché non mi faccio fermare da un semplice no o da quelle classiche affermazione fatte dai grandi “è così e basta!” oppure ‘sei troppo piccola’. Mi piace sempre analizzare ogni situazione, per trarne il meglio e davanti agli ostacoli che non si possono disintegrare, cercare il modo per raggirarli e riuscire a raggiungere quello che sembra impossibile.

 

Raccontaci qualcosa del tuo percorso formativo, i momenti e le scelte che ritieni più importanti

Il mio percorso formativo è completamente fuori standard. Dal punto di vista della scuola ‘normale’, il mio rapporto con la scuola pubblica non è mai stato idilliaco, ma fino alla 4° andavo a scuola normalmente e facevo fuori dalla scuola le cose che mi interessavano.

Ho finito la 4° e darò la maturità da privatista: pur avendo ottimi voti la preside mi ha detto che se non abbandonerò tutto quello che faccio e rimarrò in una decina di giorni di assenza come gli altri, non mi ammetteranno all’esame. Da qui la scelta obbligata.

La scuola pubblica mediamente non è pronta a gestire chi non si adegua, chi non si appiattisce,… si trincera dietro la burocrazia anche quando la legge dice altro. Non ha mai digerito il mio essere arrivata al MIT di Boston a 15 anni o aver fondato la nostra scuola (mia e di Francesco Baldassarre, il mio socio) a 16 anni..

L’ambiente scolastico mi è sempre stato un po’ stretto perché troppo indietro e completamente scollato dal mondo reale, ho sempre trovato ostruzionismo alle mie attività extrascolastiche, da un lato per via delle tante assenze, dall’altro per la frustrazione presente in questi ambienti. Il fatto che io abbia sempre avuto ottimi voti non bastava: alla fine della 4° ho anche passato i test di ammissione al Politecnico di Milano alla Facoltà di Ingegneria.

Il resto della mia formazione invece… è avvenuto online. Oggi bastano un computer ed una connessione per cambiare la propria vita. Io arrivo da una piccola città di provincia dove il web è ancora visto oggi come l’uomo nero, fortunatamente però a casa mi hanno sempre lasciato libero accesso al web e device e questo mi ha permesso di aprirmi al mondo.

Le risorse online presenti oggi nel mondo sono infinite e tantissime sono gratuite: basti pensare ai corsi del MIT di Boston! Ho sempre guardato, studiato, esplorato e poi mettevo in pratica quello che imparavo nella vita di tutti i giorni, così ho maturato che le mie due grandi passioni sono la robotica e l’education. Da lì a metterle insieme, dopo aver visto Boston, il passo è stato breve e un anno dopo l’azienda cresceva sempre di più e così Francesco ed io siamo diventati soci.

 

Com’è nata la passione per la robotica?

A 11 anni mi piacevano la chimica e l’informatica. La chimica potevo sperimentarla un po’ anche ad Alessandria, la città in cui vivo, l’informatica no. Avendo sempre avuto libero accesso al web, alla rete e ai computer di casa, a differenza dei miei coetanei, navigando ho scoperto il Coderdojo Milano ed è stato amore a prima vista: tutti i sabati e tutte le domeniche mi facevo portare a Milano per questi incontri di programmazione. Lì un giorno scopro una pianta digitale realizzata con Arduino che rilevava la temperatura e ‘appassiva’ se c’era poca umidità, sentiva i suoni e ‘stava male’ se veniva lasciata da sola. Mi sono fatta comprare lo starter kit di Arduino e da sola, davanti ai video di Youtube (all’epoca solo in inglese) ho fatto tutti i progetti iniziali e ho costruito il mio primo robot in grado di muoversi da solo per la stanza ed evitare gli ostacoli. Pensavo fosse una cosa semplice, normale per tutti i ragazzi della mia età, ma ben presto ho scoperto che non era così!

 

Cosa motiva il tuo hobby e i tuoi sforzi?

Ora la robotica è diventata molto di più di hobby, è un vero e proprio lavoro [Occhiolino]

L’essere appassionati a qualcosa ti permette di arrivare veramente ovunque, perché ogni cosa la vivi in maniera positiva e, se credi veramente in un progetto, non ti fermi mai davanti agli ostacoli, pensi sempre che ‘niente è impossibile’ e una soluzione ‘creativa’ la trovi sempre oltre a non sentire la fatica.

Per me non esiste divisione tra lavoro e vita privata, tutto si incastra e si amalgama: fa’ ciò che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita. Per me è così: ci vuole coraggio, determinazione, voglia di fare e di mettersi in gioco, ma i risultati raggiunti ripagheranno di ogni sforzo.

 

La fantascienza o altri elementi hanno alimentato questa passione? hai qualche film o libro che ti hanno ispirata?

Film e tv non ne guardo molti. Ho sempre viaggiato fin da quando ero piccola, sia realmente che con la fantasia e continuo a farlo oggi. I viaggi reali sono sicuramente stati di ispirazione tanto nelle parti più tech del mondo come in quelle più povere. Il viaggiare con la fantasia mi aiuta invece molto oggi nella parte ‘non solo tech’ della nostra scuola.

Non c’è quindi cosa particolare a cui mi sono ispirata, ho sempre preso ispirazione da tante persone in giro per il mondo, anche in ambienti diversi, che mi colpivano per qualche motivo.

Se devo pensare a un personaggio famoso mi viene in mente Bebe Vio con la sua determinazione nel superare tutti gli ostacoli o a Luca Parmitano che con la sua tenacia ha raggiunto la stazione spaziale. Però mi piace ispirarmi anche a persone più vicine a me, come alla mia allenatrice di ginnastica ritmica che mi ha insegnato il ‘Vietato dire non ce la faccio’ e soprattutto a non arrendermi.

 

Com’è nata la tua scuola? a chi si rivolge?

A 15 anni sono stata al MIT di Boston come Senior Tester nel progetto Duckietown.

Ho passato l’intera estate a Boston per realizzare un robot autonomo in grado di muoversi per una città in miniatura e grazie alla sua telecamera leggere cartelli stradali, semafori, evitare pedoni e altri veicoli, fermarsi agli incroci. Costruendo il robot dovevo semplificare i tutorial a livello universitario e renderli accessibili anche ai ragazzi delle superiori.

Ovviamente in 3 mesi al MIT ho girato tantissimi dipartimenti, ho incontrato persone, ho fatto domande,… ma soprattutto lì ho scoperto che i maggiori cervelli della terra, fanno le cose più difficili che riusciamo ad immaginare, ma sempre divertendosi tantissimo. Così ho chiuso il cerchio con quello che vivevo io a scuola e ho trovato l’anello mancante: ho capito che l’istruzione può essere divertente e che si può imparare giocando.

Appena sono tornata in Italia ho cominciato a fare semplici lezioni di robotica a qualche bambino seguendo questo metodo che si stava formando sempre di più nella mia testa. In pochissimo tempo le richieste sono aumentate in maniera esponenziale e a 16 anni ho aperto la mia scuola di robotica. Questa scuola oggi è sempre più grande, ho un team di una decina di insegnanti che ci aiutano e un socio, Francesco, che ha lasciato il suo lavoro a tempo indeterminato per inseguire le sue passioni. La nostra scuola si rivolge a bambini a partire dai 3 anni fino ad arrivare a ragazzi, adulti, insegnanti (con corsi certificati MIUR) e aziende e manager in ogni parte del mondo. Tutte le nostre attività possono essere svolte sia in italiano che in inglese.

 

Normalmente si associa la programmazione a qualcosa di difficile o noioso, cosa risponderesti a chi nutre questi dubbi?

Ogni cosa può essere noiosa o divertente, alienante o coinvolgente, dipende sempre tutto da chi te la insegna e soprattutto dal come ti viene trasmessa.

La programmazione, la robotica come mille altri campi se fatti in maniera standard su un banco di scuola con un professore che spiega formule e numeri sono noiosissime, ma se fatta con il nostro metodo, giocando, divertendosi, senza lezioni frontali, ma facendo scoprire direttamente ai Dreamers (i partecipanti alle nostre attività) ogni nuova competenza, diventa tutto più semplice e divertente. Tieni poi presente che noi non vogliamo trasmettere robotica e coding: noi utilizziamo la robotica, che è la nostra passione, per trasmettere un approccio al mondo diverso e invogliare i Dreamers a scoprire, coltivare ed inseguire le proprie passioni. E’ questa la cosa principale!

 

è una strada che può coinvolgere tutti, indipendentemente dall’età o dal genere?

Certo! La robotica e la programmazione si possono cominciare a qualsiasi età, da bambini e da adulti e, anche se in molti (e troppi genitori!) pensano il contrario, non sono attività solo per maschi! Chiunque può avventurarsi in questo mondo e scoprire cosa più gli piace. Non bisogna mai farsi fermare dai classici stereotipi tipici italiani a cui siamo sottoposti ogni giorno. Tutti hanno le carte in regola per inseguire le proprie passioni e fare della propria vita ciò che si vuole. Non fatevi fermare da chi avete intorno e vi dice il contrario! Ricordatevi sempre che niente è impossibile!

 

Dal sito www.valeriacagnina.tech e possibile trovare anche le 10 regole, ce n’è qualcuna che senti di raccomandare più di altre?

Ovviamente la regola più importante è la prima “Niente è impossibile”, con questa convinzione si può raggiungere qualsiasi obiettivo, ma soprattutto credere questo ti permette di sognare sempre più in grande! Noi vietiamo ai Dreamers frasi come ‘non ce la faccio’ o ‘non sono capace’. Insegniamo loro a dire: devo ancora imparare. Non ce la faccio è solo un blocco mentale per convincerci ad arrenderci!

Ogni regola poi è fondamentale e tutte insieme formano a 360 gradi la filosofia della nostra scuola e ci permettono di essere completamente diversi, con un metodo educativo che mette al centro i Dreamers e il gioco.

 

Dalla tua formazione e interventi emergono due competenze in particolare, l’inglese e la programmazione.

Competenze che nel mondo di oggi diventano sempre più centrali: quale parte attiva possono avere i tuoi coetanei, i genitori e la scuola per contribuire a potenziare questi aspetti?

La parte fondamentale per genitori e scuola è quella di trasmettere l’importanza dell’utilizzo della tecnologia senza paura. In questo modo si acquisiscono in maniera naturale sia le hard skills necessarie al mondo del lavoro, sia le soft skills che permetteranno un futuro da protagonista. L’inglese invece oggi è un must imprescindibile che chiunque, in qualsiasi parte del mondo, deve conoscere da madrelingua. Viviamo in mondo in cui non si lavora solo nel proprio piccolo contesto, ma con il mondo…sapere l’inglese ti permette di avere più possibilità, di accedere a più opportunità, di confrontarti e contaminarti… non bastano le nostre quattro frasi fatte che si imparano a scuola!

 

La scuola è stata un passo, quali sono i prossimi programmi per il futuro?

Ovviamente i passi, progetti e sogni sono tantissimi, sia a breve che a lungo termine!

Francesco ed io nell’immediato (già a partire dall’inizio del prossimo anno) abbiamo in mente di creare una rete di Ambassador, persone che vogliano abbracciare la nostra filosofia di scuola e di educazione e replicare i corsi con il nostro metodo educativo nelle diverse realtà italiane, soprattutto nelle piccole realtà provinciali dove le opportunità sono minori. Vorremmo diffondere a macchia d’olio le nostre 10 regole per stravolgere l’education come la conosciamo oggi.

Nel medio e lungo termine l’idea, ancora più ambiziosa, è quella di creare, all’interno dell’azienda, un vero e proprio reparto di ricerca e sviluppo per ideare e costruire strumentazioni robotiche pensate ad hoc per le nostre attività e che siano ovviamente a misura di bambino.

 

I media o le realtà associative (tra cui la nostra) in che modo possono contribuire al vostro progetto?

Attraverso l’unico modo in cui è possibile l’innovazione, quella vera: attraverso il contagio. Non importa se online o offline: parliamo di cosa capita a Boston e fuori dai confini, raccontiamo che l’education può essere divertente e che non c’è niente di più bello che imparare tutta la vita. Diffondiamo le nostre 10 regole, contattateci per eventi, laboratori, corsi e incontri dove arriviamo con i nostri speech motivazionali a raccontare queste cose o a far provare e toccare con mano il learn by doing e soprattutto, credendo sempre che niente è impossibile. Con impegno, determinazione e duro lavoro si arriva dove si vuole, ricordandovi sempre che solo sul dizionario successo viene prima di sudore!

 

Complimenti per la grinta e auguri per il vostro progetto www.valeriacagnina.tech!

[FM]

 

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