Dagli uccelli ai pipistrelli: nuovi modelli animali per la genetica del linguaggio

di Simone Gastaldon

Il linguaggio umano è ancora ad oggi uno degli aspetti della cognizione più complessi da studiare e comprendere. Quali sono le basi biologiche che permettono a un bambino di acquisire almeno una lingua solo venendone esposto? Quand’è emersa questa capacità nella specie umana? Quali geni e processi molecolari sono coinvolti? Com’è implementata a livello neurale la competenza di una lingua? Queste sono alcune delle domande che linguisti, psicologi, biologi, paleoantropologi e neuroscienziati si pongono da almeno mezzo secolo [1].

Nella seconda metà degli anni ’90 in alcuni componenti di una famiglia britannica, la cosiddetta “famiglia KE”, è stata identificata una rara mutazione genetica ereditaria, successivamente localizzata nel gene FOXP2, il quale gioca un ruolo importante nello sviluppo cerebrale regolando l’attività di altri geni; tale mutazione causava disturbi sia nella produzione che nella comprensione del linguaggio [2]. Nonostante all’epoca il giornalismo non specialistico abbia salutato lo studio come la “scoperta del gene per il linguaggio”, ad oggi è chiaro che un tratto così complesso non può essere determinato da un solo gene, ma che esso emerga dall’interazione di una rete estesa e molto intricata.

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Huntington nuove speranze

Il trapianto di sole cellule gliali sane allunga significativamente la vita e rallenta la comparsa di sintomi invalidanti in topi geneticamente predisposti per sviluppare una versione sperimentale della malattia di Huntington umana.

 

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La còrea di huntington è una malattia che causa la perdita della coordinazione del corpo con la comparsa di movimenti involontari (da cui il nome còrea che significa danza) quindi, progredendo, disturbi psichiatrici progressivamente sempre più gravi. Compare normalmente tra i 35 e i 45 anni d’età ed è incurabile, portando alla morte i pazienti, mediamente, entro 20 anni dalla comparsa dei primi sintomi.

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La maschera della salute: alterazioni neurologiche negli individui psicopatici

Cos’è uno psicopatico? Sebbene Hollywood e numerosi romanzi abbiano contribuito a creare un’immagine di tali individui familiare al grande pubblico, la risposta a questa domanda richiede conoscenze approfondite che si svincolino dalla percezione stereotipata dell’argomento. Lungi dall’essere un termine generico usato per indicare una qualunque malattia mentale, la psicopatia, spesso diagnosticata come disturbo antisociale di personalità, è infatti definita da molti esperti come un disordine connotato da peculiari manifestazioni patologiche. Nonostante esistano svariate scuole di pensiero, questi studiosi riferiscono come nello psicopatico siano infatti presenti tre precisi nuclei centrali che ne permettono l’identificazione: il deficit empatico, la cognitività ipertrofica e la presenza della maschera.

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Le onde della mente

Una recente ricerca ha dimostrato per la prima volta la possibilità per i neuroni di influenzarsi a distanza per mezzo del loro debole campo elettrico. Questa modalità di trasmissione può avvenire sia in maniera fisiologica, nella propagazione delle onde teta della fase REM, che in condizione patologica nella diffusione di crisi epilettiche.

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