L’uomo addomesticato

Nel linguaggio comune, il termine “addomesticato” è utilizzato per descrivere un insieme di caratteristiche che gli uomini attribuiscono agli animali da compagnia o a quelli allevati. Spesso, tuttavia, si confonde il concetto di addomesticazione, o domesticazione, con quello di ammaestramento.

La domesticazione propriamente detta è, infatti, un fenomeno evoluzionistico (legato quindi al patrimonio genetico di una determinata specie) e non si conclude nell’arco di vita di un individuo. Nell’immagine seguente viene rappresentata la differenza tra animale addomesticato e ammaestrato.

Nella parte in alto della figura è possibile vedere come l’uomo scelga, generazione dopo generazione, solo gli individui che presentano certe caratteristiche, mentre nella parte in basso si limita ad addestrare l’animale a fare qualcosa. Molti animali possono quindi essere ammaestrati pur non diventando addomesticati.

I recenti sviluppi della genetica, accoppiati ad una sempre più ricca conoscenza di reperti archeologici, anatomia e comportamenti animali, offrono nuove opportunità per verificare anche alcune ipotesi sull’evoluzione umana. Una di queste sostiene che l’uomo si sia in qualche modo auto-addomesticato. Ma per capire se la nostra specie (Homo sapiens) ha seguito questo processo bisogna innanzitutto definire, da un punto di vista scientifico, cosa significa essere addomesticato e se l’uomo moderno risponde a questi criteri.

Prendiamo ad esempio “il migliore amico dell’uomo”: il cane, che è il più antico animale addomesticato. Il momento ed il luogo preciso in cui il processo ebbe inizio sono tuttora oggetto di discussione, andiamo da 32000 a 18000 anni fa. E’ oggi scientificamente provato che tutti i cani discendono dal lupo. Com’è possibile ciò? Esistono circa 400 razze di cani, molte diversissime tra loro. E’ difficile trovare qualcosa che accomuni un pechinese ad un alano, o un San Bernardo ad un Chihuahua, e soprattutto un barboncino al lupo selvatico originale.

 

Taglia dell’animale, forma del cranio, colore e tipo del pelo, aspetto delle orecchie e della coda, atto di scodinzolare o abbaiare, maggiore o minore empatia con l’uomo sono solo alcuni dei tratti fisici e comportamentali che distinguono i cani dal lupo.

Osservando queste differenze, nel 1959 lo scienziato russo Dmitrij Belâev ipotizzò che le alterazioni non fossero indipendenti, ma che si trattasse di effetti collaterali della selezione attuata dall’uomo.

Per testare la sua idea, Belâev decise di riprodurre empiricamente il processo di domesticazione. Come animale scelse la volpe argentata ed il criterio di selezione fu esclusivamente la mansuetudine (la capacità di tollerare la vicinanza dell’uomo). Ad ogni generazione la possibilità di riprodursi veniva concessa solo agli esemplari più mansueti: alla quarta generazione alcuni cuccioli cominciarono a scodinzolare, alla sesta si mettevano a guaire e leccavano il viso dei ricercatori. Alla trentesima generazione la metà delle volpi si comportavano in questo modo e nel 2005 il 100% dei cuccioli poteva essere considerato un animale da compagnia. Dunque, in appena 50 anni si è riusciti ad addomesticare un animale selvatico. Per la selezione naturale si tratta di un lasso di tempo molto breve: decisamente più contenuto di quanto avrebbe sospettato lo stesso Darwin.

Tuttavia con l’incremento della docilità è comparsa una serie di cambiamenti fisici altrettanto significativi, che sono in qualche modo collegati tra loro e sono comuni a tutte le specie domestiche. Gli scienziati la chiamano “Sindrome da domesticazione” e la sua esistenza dimostra l’ipotesi di Belâev secondo la quale la domesticazione è una specie di pacchetto tutto compreso. Una nuova affascinante teoria attribuirebbe questa sindrome ad un leggero difetto nello sviluppo di particolari cellule staminali (dette cellule della cresta neurale) che compaiono nelle primissime fasi dello sviluppo embrionale.

In figura sono riportati i principali tratti anatomici e comportamentali relativi alla sindrome da domesticazione nei mammiferi (l’immagine è elaborata dall’autore a partire dai dati dall’articolo di Wilkins “The “Domestication Syndrome” in Mammals: A Unified Explanation Based on Neural Crest Cell Behavior and Genetics”, 2014, link).

Poiché nel caso dell’uomo non è possibile verificare i tratti della controparte selvatica, gli unici confronti possibili sono con le grandi scimmie e le specie estinte del genere Homo. Sorprendentemente, i cambi anatomici associati alla “sindrome della domesticazione” descrivono abbastanza da vicino alcune delle note differenze tra uomini moderni e Neanderthal. Queste due specie, infatti, mostrano differenze nella forma del cranio che vanno nella direzione corretta, ovvero quella di dare all’uomo moderno un profilo più gracile e giovanile, quasi effeminato.

Ma gli indizi dell’auto-domesticazione non si limitano a questo. Un recente studio pubblicato da un team di ricercatori in Spagna, Italia, Stati Uniti e Norvegia, ha riconosciuto i percorsi genetici associati a questo fenomeno. In particolare si è verificato come un meccanismo comune in genetica, la “spazzata selettiva”, abbia permesso di selezionare determinate mutazioni nella specie addomesticata rispetto alla controparte selvatica. Tali mutazioni, spesso differenti tra loro, si osservano su geni omologhi tra uomo e (uno o più) animali domestici (lato sinistro della figura). Non ci sono invece significative convergenze con le grandi scimmie (scimpanzè, gorilla ed oranghi), il lupo ed il bisonte, ossia i parenti selvatici dell’uomo, del cane e dei buoi (frecce arancioni).

Ciò ha permesso agli scienziati di dimostrare che non esiste un vero e proprio “gene della domesticazione”, ma che si possono identificare “sovrapposizioni” su molti geni capaci di conferire tratti specifici in tutte le specie.

Ipotizzando quindi, che anche noi siamo una specie addomesticata, resta da chiarire come sia potuta avvenire questa nostra auto-domesticazione. Seguendo l’esempio delle volpi di Belâev basterebbe immaginare che l’uomo si sia evoluto principalmente dagli individui più mansueti, ossia da quelli che dimostravano i comportamenti più prosociali.

Questa pronunciata socialità sembra essere un precursore necessario alla domesticazione, fenomeno che a sua volta consente di elaborare comportamenti complessi, mettendo il cervello nella condizione di poter sviluppare un linguaggio. Tale capacità fa di noi quello che siamo oggi: una specie capace di imparare, elaborare e tramandare la conoscenza, nonché abile a trasmettere emozioni.

Tra le modificazioni ereditarie che si sono manifestate, in modo analogo, nell’uomo e negli animali domestici vi è la particolare combinazione tra ciclo riproduttivo più frequente ed il persistere della giovinezza, o “neotenia”. Quel che si può dire per lo sviluppo del corpo umano vale anche per il suo comportamento. Certamente, senza la presenza delle qualità infantili l’uomo non potrebbe maturare. “Il problema -sostiene Konrad Lorenz- è che questo tratto genetico, che è peculiare dell’uomo, non progredisca sino al punto di diventare fatale”.

 

[UMM]

 

Bibliografia:

 

Richard C. Francis – Addomesticati (L’insolita evoluzione degli animali che vivono accanto all’uomo) – Bollati Boringhieri 2016 – ISBN 978-88-339-2731-2

 

Theofanopoulou C, Gastaldon S, O’Rourke T, Samuels BD, Messner A, Martins PT, et al. (2017)  Self-domestication in Homo sapiens: Insights from comparative genomics.

PLoS ONE 12(10): e0185306. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0185306

 

The “Domestication Syndrome” in Mammals: A Unified Explanation Based on Neural Crest Cell Behavior and Genetics

Adam S. Wilkins, Richard W. Wrangham and W. Tecumseh Fitch

GENETICS July 1, 2014 vol. 197 no. 3 795-808; https://doi.org/10.1534/genetics.114.165423

 

Konrad Lorenz – Gli otto peccati capitali della nostra civiltà – Adelphi 1992 ISBN 88-459-0168-8

 

Neanderthallergici

Gli incroci tra sapiens, neanderthaliani e l’ancora poco nota specie asiatica dei denisoviani, ha portato parte degli europei e degli asiatici moderni a ereditare geni di regolazione per il sistema immunitario derivati dai loro antenati non sapiens. Questi geni possono aver favorito in passato i loro portatori aiutandoli a proteggersi dai microrganismi con risposte immunitarie aggressive, ma sono anche probabilmente responsabili della predisposizione alle allergie di molti degli esseri umani moderni che li esprimono.

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