Scacco al dolore

Lo studio di una rara sindrome che rende i suoi portatori insensibili al dolore sembrava promettere una soluzione con pochi effetti collaterali ai pazienti con sintomi dolorosi, ma i tentativi di replicarla per mezzo di farmaci sono finora falliti. Ora una ricerca su topi modificati per riprodurre la sindrome sembra aver risolto questa incongruenza.

La loro condizione è decisamente precaria: a causa della sistematica sottovalutazione dei rischi e delle continue lesioni, anche auto-inflitte, i portatori della rara sindrome genetica chiamata insensibilità congenita al dolore (o CIP dall’inglese Congenital insensitivity to pain) hanno un’aspettativa di vita decisamente breve. Eppure, una volta o l’altra, più o meno tutti abbiamo invidiato la loro condizione. Non c’è da stupirsi quindi se la medicina vede nella possibilità di riprodurre artificialmente questa sindrome il sacro graal della terapia della sofferenza.
Tuttavia i tentativi svolti in questo senso sono stati fino ad ora fallimentari, anche se la causa genetica e la fisiologia della malattia sono stati individuati abbastanza facilmente. Tutto parte dal malfunzionamento, dovuto a una mutazione genetica, di un particolare tipo di proteina. Questa proteina-canale normalmente permette agli ioni positivi sodio di entrare nei neuroni che mediano il segnale del dolore. Nei soggetti CIP invece il canale sodio difettoso impedisce il passaggio degli ioni e con essi i potenziali d’azione: quelle piccole scariche elettriche che viaggiando lungo i neuroni permettono di trasmettere messaggi.
Dato che i canali sodio dei neuroni che trasmettono il dolore sono differenti da quelli di tutti gli altri neuroni, i medici hanno pensato di cercare farmaci che bloccassero solo quei canali; ma varie sostanze candidate si sono rivelate inefficaci, anche se erano capaci di bloccare i potenziali d’azione nei neuroni del dolore. Farmaci che bloccano tutti i canali sodio sono già usati come anestetici locali, ma hanno effetti collaterali pesantissimi e vanno iniettati solo nel punto esatto che si vuole anestetizzare.

Michael S. Minett e i suoi colleghi dell’University College di Londra hanno pensato che era il caso di ripartire dalla ricerca di base: una proteina raramente svolge una sola funzione, forse questo era il caso anche dei recettori sodio dei neuroni del dolore. La loro ricerca ha dato frutti così consistenti da guadagnarsi di recente un posto sulla prestigiosa rivista Nature.
Per prima cosa i ricercatori hanno creato dei topi geneticamente modificati per non avere i canali sodio alterati dalla CIP; constatando che questi topi, come la loro controparte umana, non reagivano agli stimoli dolorosi. Poi hanno esaminato l’espressione dei vari geni nei neuroni dei topi modificati, stabilendo che molti di essi erano iper o ipoespressi. Tra questi geni uno in particolare ha attirato l’attenzione degli autori della ricerca: il gene per l’encefalina, una sostanza che funziona come una sorta di morfina naturale, era espresso nei neuroni dei topi insensibili al dolore in quantità più che doppie rispetto a quanto succede nei topi normali. Grandi quantità di questa sostanza sono inoltre presenti nel midollo spinale dei topi CIP; proprio il punto in cui i neuroni del dolore “consegnano” il loro messaggio diretto al cervello.
Forti delle loro scoperte i ricercatori hanno pensato di testare gli effetti del naloxone, un farmaco che blocca gli effetti dei derivati dell’oppio, su soggetti insensibili al dolore. L’infusione del farmaco non solo ripristinava la normale sensibilità nei topi geneticamente modificati; ma era sufficiente, prima ancora che gli si somministrasse uno stimolo doloroso, perchè un paziente affetto da CIP, reclutato dai ricercatori, iniziasse a lamentarsi per la sofferenza causata delle sue numerose fratture precedenti, che fino a quel momento aveva del tutto ignorato.

Somministrare opioidi, con i loro ben noti effetti collaterali, non sarebbe un grande progresso nel trattamento dei sintomi dolorosi. Ma indurre il corpo a produrre più encefalina oppure impedirgli , tramite nuovi farmaci, di smaltirla troppo velocemente, sembrano strade promettenti.