Lunga vita ai grassi (con moderazione)

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Il confronto fra vari ceppi di lievito, selvatici o di laboratorio, ha dimostrato che le cellule che contengono maggiori riserve di grasso sono più longeve, indipendentemente da altri fattori noti in grado di influire sulla longevità. Molte vie biochimiche dei lieviti sono conservate negli organismi pluricellulari e il fenomeno osservato potrebbe spiegare l’apparente paradosso per cui nei mammiferi, uomo compreso, gli individui con un lieve sovrappeso hanno una maggiore aspettativa di vita.

I lipidi sono essenziali per la vita sulla terra. I fosfolipidi costituiscono il principale componente delle membrane di tutte le cellule note. Ma anche i trigliceridi hanno un ruolo insostituibile come riserva per i surplus di energia, da utilizzare in seguito in carenza di nutrimento, come isolante termico, come fonte di calore, nel grasso bruno, o come riserva per i componenti necessari a produrre gli stessi fosfolipidi. In molti organismi, tuttavia, la produzione di trigliceridi non è legata a un surplus di nutrienti: per esempio questi grassi si accumulano in alcune alghe microscopiche in carenza di sostanze fertilizzanti come azoto o fosforo; mentre i topi sottoposti a una lieve restrizione calorica sostituiscono una parte dei loro muscoli con grasso, pur mantenendo il peso complessivo inalterato.

Il comune lievito Saccharomyces cerevisiae è responsabile del rigonfiamento del pane e della produzione di alcool in birra e vino. Quando è in presenza di una ricca fonte di alimentazione a base di glucosio, in un brodo di coltura non troppo affollato, il Saccharomyces dedica tutte le energie a riprodursi immagazzinando solo piccole quantità del nutrimento in forma di trigliceridi; ma quando il glucosio si fa scarso e sono presenti molte cellule il lievito smette di crescere e inizia a produrre grandi riserve di grasso. Si ritiene che questo comportamento serva a sopravvivere ai tempi di magra e a disporre delle energie e del materiale necessari a ricominciare a riprodursi appena si presenterà una nuova abbondanza. Se questa non arriva, prima o poi, le cellule perdono di vitalità e non sono più in grado di ricominciare a riprodursi anche quando sono trasferite in un terreno di coltura fresco. Dal momento che i lieviti hanno una grande somiglianza genetica e molti percorsi metabolici in comune con gli organismi pluricellulari, lo studio del comportamento del lievito in un terreno nutritivo esaurito è un buon modello per studiare l’invecchiamento delle cellule somatiche adulte negli animali.

I ceppi di Saccharomyces selvatici, appena isolati dall’ambiente, sono più resistenti nelle condizioni di privazione di nutrienti, alle quali sono probabilmente più abituati, rispetto ai ceppi allevati in laboratorio per molte generazioni. Curiosamente, questi ceppi selvatici riescono anche ad accumulare maggiori quantità di grassi quando il nutrimento iniziava a scarseggiare.

Witawas Handee, e i suoi colleghi della Michigan State University, si sono chiesti se i due fenomeni fossero una semplice coincidenza o fossero correlati. Hanno quindi svolto vari esperimenti su lieviti normali o geneticamente modificati; riportando poi le loro conclusioni in un articolo pubblicato sulla rivista PLOS genetics.

Eliminare gli enzimi che consumano le riserve di grasso porta al loro aumento e all’allungamento della resistenza alla privazione nei ceppi modificati. Dal momento che la trasformazione dei trigliceridi in energia è un’ ossidazione, che rischia di rilasciare radicali liberi, gli autori si sono domandati se rimuovere del tutto i lipidi non avrebbe potuto portare allo stesso risultato; ma eliminando gli enzimi che sintetizzano i trigliceridi porta a un accorciamento della resistenza delle cellule invece che a un allungamento. Iperpotenziare l’attività degli enzimi di sintesi dei grassi portava, d’altra parte, a un effetto simile a quello ottenuto eliminando gli enzimi che li consumano, come ipotizzato.

Nei lieviti sono ormai note varie vie metaboliche che, se influenzate, possono influenzare la longevità delle cellule; alcune di queste vie sono in comune con gli esseri pluricellulari, altre specifiche dei microorganismi fungini. Indipendentemente dalla modificazione di queste vie, i ricercatori hanno dimostrato che i ceppi con molte riserve lipidiche avevano comunque un tempo di sopravvivenza superiore a quelli che non le possedevano: l’accumulo di trigliceridi favorisce la sopravvivenza delle cellule di lievito con un meccanismo fisiologico ancora da determinare, ma distinto da quelli già noti.

Cosa ci dicono questi risultati a proposito di organismi più complessi? In vari modelli animali, l’accumulo sperimentale di grasso nelle cellule ha prodotto risultati contrastanti, con un miglioramento della salute in alcuni casi e un peggioramento in altri. Un segno inequivocabile della complessità infinitamente maggiore degli organismi pluricellulari rispetto ai lieviti. Negli esseri umani ha fatto un certo rumore l’annuncio secondo cui un lieve sovrappeso porta a un aumento dell’aspettativa di vita. Di sicuro questo fenomeno farà molto piacere a chi quotidianamente lotta con la bilancia e poco a chi si arricchisce con le diete dimagranti. Ma la strada dal lievito all’uomo è lunga, nel frattempo conviene tenere ben presente che il paradosso si riferisce a un peso di poco superiore a quello forma. Quando si parla di obesità i ben noti problemi di salute cancellano alla svelta qualsiasi vantaggio portato dall’accumulo di grasso.

BIBLIOGRAFIA

Handee W, Li X, Hall KW, Deng X, Li P, Benning C, Williams BL, Kuo MH.
An Energy Independent Pro-longevity Function of Triacylglycerol in Yeast. 
PloS Genet. 2016 Feb 23;12(2):e1005878. doi: 10.1371/journal.pgen.1005878. eCollection
2016 Feb. PubMed PMID: 26907989.