Fecondazione assistita: il successo degli embrioni “malati”

Il desiderio di avere figli spinge molte coppie con problemi di fertilità a ricorrere a tecniche artificiali come la fecondazione assistita. Sebbene in Italia tale tecnica sia ancora oggetto di forte discussione, la ricerca continua a fare passi avanti per garantire il successo dell’impianto embrionale. Prima dell’impianto nell’utero materno vengono analizzati gli embrioni e selezionati quelli utilizzabili, in modo da distinguere i sani dai malati. Tuttavia, una recente scoperta ha dimostrato che non tutti gli embrioni malati devono essere scartati, alcuni possono essere utilizzati aumentando le probabilità di riuscita della fecondazione artificiale.

La fecondazione assistita è il processo che media artificialmente l’unione di ovulo e spermatozoo, detti anche gameti, permettendo la fecondazione.
Quando il seme e l’ovulo appartengono alla coppia di genitori del bambino, si parla di fecondazione omologa; se, invece, il seme o l’ovulo appartengono ad un soggetto estraneo alla coppia, si parla di fecondazione eterologa.
Dopo il primo impianto, è possibile congelare gli altri embrioni non utilizzati in azoto liquido per cinque anni, nel caso in cui la coppia voglia sottoporsi di nuovo allo stesso trattamento.

Non tutti gli embrioni malati sono inutilizzabili, infatti alcuni ricercatori dell’European Hospital di Roma hanno scoperto che è possibile ottenere bambini sani da embrioni malati. Questi embrioni sono portatori di un’anomalia a livello cromosomico che impedisce il successo dell’impianto e provoca aborti spontanei, pertanto tali embrioni vengono scartati.
L’anomalia prende il nome di “aneuploidia a mosaico”, è una malformazione in cui parte delle cellule embrionali hanno un numero alterato di cromosomi, ma non tutte, infatti all’interno dell’embrione coesistono cellule sane e cellule malate. Tale deduzione ha spinto a pensare che l’embrione si stesse autoriparando, perciò le cellule malate verrebbero confinate nella regione dove si formano gli annessi come la placenta, senza causare alcun danno.

In questo studio sono state analizzate 3800 blastocisti (l’insieme di cellule che si formano nelle prime due settimane dalla fecondazione), di cui il 5% erano a mosaico. Sono state scelte 18 coppie in cui impiantare gli embrioni a mosaico, prendendo in considerazione solo quelli che presentavano anomalie che non permettevano di portare a termine la gravidanza, quindi non c’era alcun rischio di generare bambini malati.

La ricerca, pubblicata sul New England Journal of Medicine (NEJM), ha permesso la nascita di sei bambini sani, dimostrando che questi embrioni possono essere utilizzati per la fecondazione assistita. [GM]

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Per approfondire:
-Articolo giornalistico: http://goo.gl/TfU6Gn (italiano)
-Articolo su NEJM: http://goo.gl/YRuWso (inglese)