Cosmologia – Il cielo notturno e il paradosso di Olbers

Nel 1826 l’astronomo tedesco H.W.Olbers pose il seguente quesito:
Come è possibile che il cielo notturno sia buio nonostante l’infinità di stelle presenti nell’universo?Teoricamente se un osservatore puntasse lo sguardo in una direzione qualunque del cielo dovrebbe sempre poter vedere una stella,e per questo motivo l’intero cielo dovrebbe brillare con la stessa intensità della superficie del Sole.

Questa domanda così apparentemente banale,che aveva messo in difficoltà persino Keplero prima di lui, scosse a suo tempo le basi della Cosmologia, ovvero l’insieme di teorie e ipotesi che descrivevano la struttura e la formazione dell’universo.Fino a quel momento si pensava infatti che l’universo avesse estensione infinita ed esistesse da tempo infinito,ma l’unica soluzione per risolvere il paradosso era accettare il fatto che l’universo, in realtà, avesse un’origine e un’età finita,e non solo:che fosse oltretutto in continua espansione,fatto che fu dimostrato da Hubble alla fine degli anni ’20.

Dato che la luce ha velocità finita, e sapendo che gli oggetti lontani continuano ad allontanarsi sempre di più,viene immediato pensare che la loro luce non sia ancora arrivata a noi (o che,addirittura,non arriverà mai) lasciandoci un cielo notturno prevalentemente scuro.
Ma di questa risposta non dobbiamo ringraziare Hubble: il primo a proporre l’idea della luce “non ancora arrivata” fu il noto scrittore e saggista statunitense Edgar Allan Poe in una conferenza che tenne a New York,nel 1848,sulla “Cosmologia dell’Universo”.

[FV]

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