Chi non risica non rosica. O forse no?

Quanti di noi conoscono la differenza fra rischio e pericolo? Spesso i due termini sono usati come sinonimi, ma non hanno lo stesso significato. Il pericolo è “intrinseco” ad un certo fattore (evento, oggetto, comportamento) che ha la proprietà di arrecare un danno, dove per danno si intende qualsiasi conseguenza negativa che ne derivi. In inglese “risk” può assumere sia un significato positivo che negativo, mentre in italiano ha per lo più una connotazione negativa. Esso è legato alla probabilità che un certo “fattore” pericoloso si manifesti. L’enciclopedia Treccani ne dà questa definizione: “eventualità di subire un danno connessa a circostanze più o meno prevedibili (è quindi più tenue e meno certo che pericolo)”. Una definizione più scientifica è quella per cui il rischio è descritto come il prodotto: Frequenza del Pericolo x Magnitudo. Con pericolo si intende la pericolosità dell’evento, ovvero la frequenza prevista per esso in un dato spazio e in un dato tempo. La magnitudo è l’ampiezza delle conseguenze di questo evento pericoloso, espresso in funzione di quanti soggetti sono coinvolti e del livello di danno che essi ne subiscono.

La parte principale di questa equazione è quella legata al calcolo delle “probabilità” che un certo tipo di evento pericoloso si verifichi, causando un danno. La seconda parte è legata alla percezione del rischio, ovvero la reazione che ognuno di noi ha di fronte ad un evento pericoloso. Si potrebbe addirittura dire che la componente che influenza maggiormente la percezione del rischio è di tipo emotivo. Essa cambia per soggetti diversi e per tipologie di rischio, può essere influenzata dai mezzi di comunicazione o dal contesto sociale e culturale. Può addirittura modificarsi con il tempo.

In particolare, da alcuni studi, è emerso che le persone tendono a sottostimare, se non addirittura ignorare, i rischi “naturali” (terremoti, uragani, alluvioni) e a sovrastimare eventi rari e drammatici, come i disastri aerei.  Oppure si tende a considerare e convivere con rischi relativamente maggiori come le malattie cardiache e sottovalutarne altri (come il botulismo) solo perché molto rari.

Per esempio, la gente ha molta più paura di volare, rispetto a quanta ne abbia di andare in moto, a piedi o in bici. Eppure, l’aereo è il mezzo di trasporto più sicuro: per miliardo di chilometri percorsi vi sono, in media, quasi 109 morti in seguito ad incidenti in moto, 54,2 a piedi, 44,6 in bici e solo 0,05 morti in incidenti aerei. Nonostante queste statistiche incoraggianti, quasi il 50% degli italiani soffre di aerofobia, cioè ha paura di volare.

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E che dire dei giochi d’azzardo? Le probabilità di fare 6 al superenalotto sono una su 622.614.630 (622 milioni!) eppure intorno a questo e ad altri giochi in Italia ruota un giro d’affari di quasi 90 miliardi di euro. È più probabile essere colpito da un fulmine che vincere il premio più alto del Superenalotto: uno studio della NASA ha calcolato che in 80 anni di vita, la probabilità media è di 1 su 3000. Non sarebbe d’accordo Roy Sullivan, un park ranger statunitense che in 35 anni è stato colpito da un fulmine ben 7 volte, morendo poi suicida a causa di una delusione d’amore. Ironico.

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Sembrerebbe quindi che ciò che influenza maggiormente le nostre decisioni nello “sfidare” probabilità così basse siano da ricercare nella sfera psicologica (emotiva, cognitiva e comportamentale). Ad una persona che ha paura di volare le statistiche non interessano granché, quello che spaventa sono le conseguenze disastrose di un incidente aereo, anche se poco probabile. Stessa motivazione, benché capovolta, per quanto riguarda i giochi d’azzardo. Nonostante le probabilità di vincita siano bassissime, la prospettiva della vincita è talmente accattivante da spingere milioni di italiani a scommettere.

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Non mancano però degli esempi in cui conseguenze estremamente negative vengano pressoché ignorate: la probabilità di ammalarsi di cancro ai polmoni in Italia è 1 su 8 per gli uomini e 1 su 36 per le donne. Precisando che non si può affermare con assoluta certezza che il fumo sia l’unica causa del tumore al polmone, le statistiche mostrano che questa malattia colpisce 9 volte su 10 dei tabagisti. Questi dati non servono a fermare il fumo: sebbene la percentuale di tabagisti sia diminuita negli ultimi anni, in Italia ci sono ancora 11 milioni di fumatori.

Le false percezioni della gente possono essere, quindi, in parte influenzate dalle proprie emozioni, da ciò che si sente dire o si legge, ma lo sono anche dall’incapacità di comprendere l’ampiezza del rischio e di interpretare le informazioni a riguardo. Il compito di un buon comunicatore è dare delle corrette informazioni in modo chiaro e comprensibile, senza dimenticare di puntare a costruire un rapporto di dialogo e fiducia con quelle persone che provano diffidenza verso chi ha il compito di gestire il rischio, come le istituzioni.

di Rosaria Marraffino