A scuola di robot: come nasce una passione

Siamo felici di essere entrati in contatto con Valeria Cagnina: maker, blogger e giovanissima insegnante di robotica.

 

 

[Domandando a Valeria] Ti descrivi anche come “un Whynotter, non uno Yesbutter”, cosa intendi con queste due espressioni?

Il mio motto è “Sono un Whynotter e non un Yesbutter”, ossia sono un ‘perché no?’ e non un ‘si, ma…’. Mi piace sempre interrogarmi, farmi domande e soprattutto perché non mi faccio fermare da un semplice no o da quelle classiche affermazione fatte dai grandi “è così e basta!” oppure ‘sei troppo piccola’. Mi piace sempre analizzare ogni situazione, per trarne il meglio e davanti agli ostacoli che non si possono disintegrare, cercare il modo per raggirarli e riuscire a raggiungere quello che sembra impossibile.

 

Raccontaci qualcosa del tuo percorso formativo, i momenti e le scelte che ritieni più importanti

Il mio percorso formativo è completamente fuori standard. Dal punto di vista della scuola ‘normale’, il mio rapporto con la scuola pubblica non è mai stato idilliaco, ma fino alla 4° andavo a scuola normalmente e facevo fuori dalla scuola le cose che mi interessavano.

Ho finito la 4° e darò la maturità da privatista: pur avendo ottimi voti la preside mi ha detto che se non abbandonerò tutto quello che faccio e rimarrò in una decina di giorni di assenza come gli altri, non mi ammetteranno all’esame. Da qui la scelta obbligata.

La scuola pubblica mediamente non è pronta a gestire chi non si adegua, chi non si appiattisce,… si trincera dietro la burocrazia anche quando la legge dice altro. Non ha mai digerito il mio essere arrivata al MIT di Boston a 15 anni o aver fondato la nostra scuola (mia e di Francesco Baldassarre, il mio socio) a 16 anni..

L’ambiente scolastico mi è sempre stato un po’ stretto perché troppo indietro e completamente scollato dal mondo reale, ho sempre trovato ostruzionismo alle mie attività extrascolastiche, da un lato per via delle tante assenze, dall’altro per la frustrazione presente in questi ambienti. Il fatto che io abbia sempre avuto ottimi voti non bastava: alla fine della 4° ho anche passato i test di ammissione al Politecnico di Milano alla Facoltà di Ingegneria.

Il resto della mia formazione invece… è avvenuto online. Oggi bastano un computer ed una connessione per cambiare la propria vita. Io arrivo da una piccola città di provincia dove il web è ancora visto oggi come l’uomo nero, fortunatamente però a casa mi hanno sempre lasciato libero accesso al web e device e questo mi ha permesso di aprirmi al mondo.

Le risorse online presenti oggi nel mondo sono infinite e tantissime sono gratuite: basti pensare ai corsi del MIT di Boston! Ho sempre guardato, studiato, esplorato e poi mettevo in pratica quello che imparavo nella vita di tutti i giorni, così ho maturato che le mie due grandi passioni sono la robotica e l’education. Da lì a metterle insieme, dopo aver visto Boston, il passo è stato breve e un anno dopo l’azienda cresceva sempre di più e così Francesco ed io siamo diventati soci.

 

Com’è nata la passione per la robotica?

A 11 anni mi piacevano la chimica e l’informatica. La chimica potevo sperimentarla un po’ anche ad Alessandria, la città in cui vivo, l’informatica no. Avendo sempre avuto libero accesso al web, alla rete e ai computer di casa, a differenza dei miei coetanei, navigando ho scoperto il Coderdojo Milano ed è stato amore a prima vista: tutti i sabati e tutte le domeniche mi facevo portare a Milano per questi incontri di programmazione. Lì un giorno scopro una pianta digitale realizzata con Arduino che rilevava la temperatura e ‘appassiva’ se c’era poca umidità, sentiva i suoni e ‘stava male’ se veniva lasciata da sola. Mi sono fatta comprare lo starter kit di Arduino e da sola, davanti ai video di Youtube (all’epoca solo in inglese) ho fatto tutti i progetti iniziali e ho costruito il mio primo robot in grado di muoversi da solo per la stanza ed evitare gli ostacoli. Pensavo fosse una cosa semplice, normale per tutti i ragazzi della mia età, ma ben presto ho scoperto che non era così!

 

Cosa motiva il tuo hobby e i tuoi sforzi?

Ora la robotica è diventata molto di più di hobby, è un vero e proprio lavoro [Occhiolino]

L’essere appassionati a qualcosa ti permette di arrivare veramente ovunque, perché ogni cosa la vivi in maniera positiva e, se credi veramente in un progetto, non ti fermi mai davanti agli ostacoli, pensi sempre che ‘niente è impossibile’ e una soluzione ‘creativa’ la trovi sempre oltre a non sentire la fatica.

Per me non esiste divisione tra lavoro e vita privata, tutto si incastra e si amalgama: fa’ ciò che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita. Per me è così: ci vuole coraggio, determinazione, voglia di fare e di mettersi in gioco, ma i risultati raggiunti ripagheranno di ogni sforzo.

 

La fantascienza o altri elementi hanno alimentato questa passione? hai qualche film o libro che ti hanno ispirata?

Film e tv non ne guardo molti. Ho sempre viaggiato fin da quando ero piccola, sia realmente che con la fantasia e continuo a farlo oggi. I viaggi reali sono sicuramente stati di ispirazione tanto nelle parti più tech del mondo come in quelle più povere. Il viaggiare con la fantasia mi aiuta invece molto oggi nella parte ‘non solo tech’ della nostra scuola.

Non c’è quindi cosa particolare a cui mi sono ispirata, ho sempre preso ispirazione da tante persone in giro per il mondo, anche in ambienti diversi, che mi colpivano per qualche motivo.

Se devo pensare a un personaggio famoso mi viene in mente Bebe Vio con la sua determinazione nel superare tutti gli ostacoli o a Luca Parmitano che con la sua tenacia ha raggiunto la stazione spaziale. Però mi piace ispirarmi anche a persone più vicine a me, come alla mia allenatrice di ginnastica ritmica che mi ha insegnato il ‘Vietato dire non ce la faccio’ e soprattutto a non arrendermi.

 

Com’è nata la tua scuola? a chi si rivolge?

A 15 anni sono stata al MIT di Boston come Senior Tester nel progetto Duckietown.

Ho passato l’intera estate a Boston per realizzare un robot autonomo in grado di muoversi per una città in miniatura e grazie alla sua telecamera leggere cartelli stradali, semafori, evitare pedoni e altri veicoli, fermarsi agli incroci. Costruendo il robot dovevo semplificare i tutorial a livello universitario e renderli accessibili anche ai ragazzi delle superiori.

Ovviamente in 3 mesi al MIT ho girato tantissimi dipartimenti, ho incontrato persone, ho fatto domande,… ma soprattutto lì ho scoperto che i maggiori cervelli della terra, fanno le cose più difficili che riusciamo ad immaginare, ma sempre divertendosi tantissimo. Così ho chiuso il cerchio con quello che vivevo io a scuola e ho trovato l’anello mancante: ho capito che l’istruzione può essere divertente e che si può imparare giocando.

Appena sono tornata in Italia ho cominciato a fare semplici lezioni di robotica a qualche bambino seguendo questo metodo che si stava formando sempre di più nella mia testa. In pochissimo tempo le richieste sono aumentate in maniera esponenziale e a 16 anni ho aperto la mia scuola di robotica. Questa scuola oggi è sempre più grande, ho un team di una decina di insegnanti che ci aiutano e un socio, Francesco, che ha lasciato il suo lavoro a tempo indeterminato per inseguire le sue passioni. La nostra scuola si rivolge a bambini a partire dai 3 anni fino ad arrivare a ragazzi, adulti, insegnanti (con corsi certificati MIUR) e aziende e manager in ogni parte del mondo. Tutte le nostre attività possono essere svolte sia in italiano che in inglese.

 

Normalmente si associa la programmazione a qualcosa di difficile o noioso, cosa risponderesti a chi nutre questi dubbi?

Ogni cosa può essere noiosa o divertente, alienante o coinvolgente, dipende sempre tutto da chi te la insegna e soprattutto dal come ti viene trasmessa.

La programmazione, la robotica come mille altri campi se fatti in maniera standard su un banco di scuola con un professore che spiega formule e numeri sono noiosissime, ma se fatta con il nostro metodo, giocando, divertendosi, senza lezioni frontali, ma facendo scoprire direttamente ai Dreamers (i partecipanti alle nostre attività) ogni nuova competenza, diventa tutto più semplice e divertente. Tieni poi presente che noi non vogliamo trasmettere robotica e coding: noi utilizziamo la robotica, che è la nostra passione, per trasmettere un approccio al mondo diverso e invogliare i Dreamers a scoprire, coltivare ed inseguire le proprie passioni. E’ questa la cosa principale!

 

è una strada che può coinvolgere tutti, indipendentemente dall’età o dal genere?

Certo! La robotica e la programmazione si possono cominciare a qualsiasi età, da bambini e da adulti e, anche se in molti (e troppi genitori!) pensano il contrario, non sono attività solo per maschi! Chiunque può avventurarsi in questo mondo e scoprire cosa più gli piace. Non bisogna mai farsi fermare dai classici stereotipi tipici italiani a cui siamo sottoposti ogni giorno. Tutti hanno le carte in regola per inseguire le proprie passioni e fare della propria vita ciò che si vuole. Non fatevi fermare da chi avete intorno e vi dice il contrario! Ricordatevi sempre che niente è impossibile!

 

Dal sito www.valeriacagnina.tech e possibile trovare anche le 10 regole, ce n’è qualcuna che senti di raccomandare più di altre?

Ovviamente la regola più importante è la prima “Niente è impossibile”, con questa convinzione si può raggiungere qualsiasi obiettivo, ma soprattutto credere questo ti permette di sognare sempre più in grande! Noi vietiamo ai Dreamers frasi come ‘non ce la faccio’ o ‘non sono capace’. Insegniamo loro a dire: devo ancora imparare. Non ce la faccio è solo un blocco mentale per convincerci ad arrenderci!

Ogni regola poi è fondamentale e tutte insieme formano a 360 gradi la filosofia della nostra scuola e ci permettono di essere completamente diversi, con un metodo educativo che mette al centro i Dreamers e il gioco.

 

Dalla tua formazione e interventi emergono due competenze in particolare, l’inglese e la programmazione.

Competenze che nel mondo di oggi diventano sempre più centrali: quale parte attiva possono avere i tuoi coetanei, i genitori e la scuola per contribuire a potenziare questi aspetti?

La parte fondamentale per genitori e scuola è quella di trasmettere l’importanza dell’utilizzo della tecnologia senza paura. In questo modo si acquisiscono in maniera naturale sia le hard skills necessarie al mondo del lavoro, sia le soft skills che permetteranno un futuro da protagonista. L’inglese invece oggi è un must imprescindibile che chiunque, in qualsiasi parte del mondo, deve conoscere da madrelingua. Viviamo in mondo in cui non si lavora solo nel proprio piccolo contesto, ma con il mondo…sapere l’inglese ti permette di avere più possibilità, di accedere a più opportunità, di confrontarti e contaminarti… non bastano le nostre quattro frasi fatte che si imparano a scuola!

 

La scuola è stata un passo, quali sono i prossimi programmi per il futuro?

Ovviamente i passi, progetti e sogni sono tantissimi, sia a breve che a lungo termine!

Francesco ed io nell’immediato (già a partire dall’inizio del prossimo anno) abbiamo in mente di creare una rete di Ambassador, persone che vogliano abbracciare la nostra filosofia di scuola e di educazione e replicare i corsi con il nostro metodo educativo nelle diverse realtà italiane, soprattutto nelle piccole realtà provinciali dove le opportunità sono minori. Vorremmo diffondere a macchia d’olio le nostre 10 regole per stravolgere l’education come la conosciamo oggi.

Nel medio e lungo termine l’idea, ancora più ambiziosa, è quella di creare, all’interno dell’azienda, un vero e proprio reparto di ricerca e sviluppo per ideare e costruire strumentazioni robotiche pensate ad hoc per le nostre attività e che siano ovviamente a misura di bambino.

 

I media o le realtà associative (tra cui la nostra) in che modo possono contribuire al vostro progetto?

Attraverso l’unico modo in cui è possibile l’innovazione, quella vera: attraverso il contagio. Non importa se online o offline: parliamo di cosa capita a Boston e fuori dai confini, raccontiamo che l’education può essere divertente e che non c’è niente di più bello che imparare tutta la vita. Diffondiamo le nostre 10 regole, contattateci per eventi, laboratori, corsi e incontri dove arriviamo con i nostri speech motivazionali a raccontare queste cose o a far provare e toccare con mano il learn by doing e soprattutto, credendo sempre che niente è impossibile. Con impegno, determinazione e duro lavoro si arriva dove si vuole, ricordandovi sempre che solo sul dizionario successo viene prima di sudore!

 

Complimenti per la grinta e auguri per il vostro progetto www.valeriacagnina.tech!

[FM]

 

Le piante: una fonte pulita di energia elettrica

La ricerca di fonti di energia pulita è una delle grandi scommesse del nostro tempo. Le conseguenze dell’uso dei combustibili fossili, prima fra tutte il cambiamento climatico, ci impongono di intraprendere strade diverse e spesso inimmaginabili fino a pochi anni fa. E come sempre quando siamo a corto di idee, ecco che la natura, con i suoi straordinari ed ingegnosi meccanismi, giunge in nostro soccorso.

Una tipica foglia, la sede della fotosintesi (By Jon Sullivan – PdPhoto, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=18858)

La più importante fonte di energia del nostro pianeta è il Sole, ma tra gli esseri viventi c’è chi ha imparato ad utilizzarlo molto meglio di noi. Le piante sono veri e propri campioni nella trasformazione dell’energia solare, il “motore” di un processo chiamato fotosintesi clorofilliana che converte l’anidride carbonica e l’acqua in zuccheri ed ossigeno. L’efficienza di questa trasformazione, dopo milioni di anni di evoluzione, si avvicina al 100%, mentre i nostri pannelli solari, per fare un paragone, operano con un’efficienza compresa tra il 12% e il 17%: in altri termini, la pianta trasforma quasi tutta la radiazione solare che assorbe in energia chimica, noi con le nostre tecnologie riusciamo ad utilizzarne solo una minima frazione.

Diversi gruppi di ricerca stanno studiando una strategia per ottenere elettricità dai vegetali. La corrente elettrica viene comunemente definita come un moto ordinato di cariche elettriche. Se vi state chiedendo perché cercarla proprio in una pianta, la risposta è semplice: perché è già lì! Durante le reazioni della fotosintesi le molecole d’acqua vengono “spezzate” liberando elettroni, ossia cariche negative. Questi ultimi sono trasferiti lungo una catena di trasportatori proteici e temporaneamente immagazzinati nella molecola NADP, così da essere utilizzati in una seconda fase alla sintesi del glucosio.

Schema della fotosintesi, detto “schema a Z” (By w:User:Bensaccount – http://en.wikipedia.org/wiki/Image:Z-scheme.png, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3461098
Cloroplasti al microscopio (By Kristian Peters — Fabelfroh – Self-photographed, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1350193)

Ciò che un team di ricercatori della University of Georgia è riuscito a fare è stato interrompere la fotosintesi e catturare questi preziosi elettroni, prima che la pianta potesse utilizzarli per generare gli zuccheri. Per raggiungere lo scopo sono stati isolati i tilacoidi, sistemi di membrane appiattite e disposte in pile all’interno degli organuli responsabili della cattura della luce e della fotosintesi, che si chiamano cloroplasti. E’ proprio qui, tra le membrane tilacoidali, che si svolge il trasporto degli elettroni, grazie ad una sequenza di proteine che sono state  opportunamente manipolate per bloccare il flusso e deviarlo in strutture cilindriche 50000 volte più fini di un capello umano, i nanotubi di carbonio. Queste meraviglie della nanotecnologia funzionano come “trappole” di elettroni e li veicolano lungo i cavi elettrici.

Il sistema è ancora nelle sue fasi embrionali e l’elettricità prodotta molto modesta, ma ci sono margini di perfezionamento e l’ottimismo è tanto. Il concetto è di per sé così allettante che è stata fondata nel 2009, in Olanda, un’azienda che usa le piante per produrre energia elettrica, con un procedimento simile ma diverso. E’ stato messo a punto in questo caso un sistema per “catturare” gli elettroni prodotti dai microrganismi che consumano le sostanze di scarto della fotosintesi espulse dalle radici e liberate nel terreno, una metodologia che peraltro non danneggia o influenza in nessun modo la vita della pianta stessa. Il prossimo traguardo sarà portare questi e simili sistemi di produzione su larga scala, tale da soddisfare il fabbisogno energetico annuale medio delle famiglie o raggiungere le aree più povere del mondo.

Di Erika Salvatori

Riferimenti:

Con la realtà virtuale nella testa dei robot

Quanto siamo vicini al futuro rappresentato nel film “Il mondo dei replicanti” (in cui l’umanità, comodamente seduta sul divano di casa, vive, interagisce e lavora per mezzo di androidi dalle fattezze in tutto e per tutto umane)? Le ultime innovazioni nel campo della robotica sembrano dimostrare che manca poco.

Un gruppo di ricerca dell’MIT ha recentemente pubblicato un lavoro in cui viene presentato un nuovo sistema per telecomandare un robot a distanza. Il punto di forza dell’approccio proposto sta nell’utilizzare tecnologie dai costi contenuti: un visore per la realtà virtuale già in commercio (l’Oculus Rift), sensori di movimento utilizzati per i videogiochi (Razer Hydra), programmi di controllo per robot esistenti ed il trasferimento dei dati via internet. Concettualmente, il sistema si basa sul modello mentale dell’homunculus, eredità del pensiero filosofico di Cartesio.

Secondo la teoria dell’homunculus, le nostre funzioni esecutive sarebbero governate da un piccolo essere, l’omuncolo appunto, situato all’interno del cervello, che osserverebbe la realtà come se assistesse ad una rappresentazione teatrale (da ciò l’espressione “teatro cartesiano”). Se da un lato questo modello è assolutamente inadeguato a descrivere l’intelligenza umana, d’altra parte ricalca molto bene la condizione di un robot telecomandato. Applicare il modello dell’homunculus al robot Baxter permette di svincolare la presenza fisica dell’uomo dalle attività produttive, sfruttando per la prima volta le capacità di entrambi al meglio. Infatti, i sistemi di telerobotica sviluppati finora sono molto specializzati: richiedono la riproduzione dello spazio di lavoro e l’imitazione dei movimenti. Tali limitazioni sono decisamente costose, complicate e scomode per gli operatori: un braccio robotico, banalmente, ha giunture e snodi che si comportano diversamente da quelli del braccio umano. Attraverso la stanza di controllo nella realtà virtuale, invece, si disaccoppiano gli stimoli e le reazioni dei due soggetti, permettendo all’uomo di sentirsi come se fosse all’interno del robot (condizione non ovvia nel caso dei sistemi fondati su mappature più semplici).


Ad esempio, nel caso del modello elementare “a pilotaggio(1) l’utente pilota il robot attraverso un elemento quale una tastiera, o un mouse, non avvertendo assolutamente la propria presenza nello spazio di lavoro. L’operatore quindi non “sente” né “vede” ciò che percepisce il robot.

L’esperienza di essere immersi e co-localizzati con il robot è introdotta dal modello “ad imitazione(2) che presenta, tuttavia, le limitazioni accennate in precedenza, dovute all’incongruenza tra le forme dei corpi dei due soggetti.

Più complesso dei precedenti è il modello “ciber-fisico(3) che introduce il concetto di spazio virtuale. Ciò è reso possibile rappresentando, all’interno di un computer, copie virtuali del robot, dell’utente e dello spazio di lavoro. Nonostante sia utilissimo per far apprendere ai robot azioni ripetitive, manca purtroppo della capacità, tipicamente umana, di adattarsi qualora le condizioni mutino nel tempo.

Il modello dell’homunculus (4 vedi anche il video al seguente link) combina il meglio dei tre metodi appena descritti: lo spazio nel quale si trova l’utente viene replicato nella realtà virtuale che a sua volta definisce l’area di funzionamento del robot. L’uomo è quindi libero di muoversi senza influenzare lo stato della macchina.

La posizione delle braccia, ad esempio, è rappresentata nella stanza di controllo da sfere colorate che l’operatore può scegliere di manipolare oppure no (vedi fig. a lato). Inoltre due telecamere ad alta definizione, poste nella testa di Baxter, creano una visione stereoscopica (ovvero da due punti di vista diversi) dello spazio di lavoro. Tale visione è quindi usata dalla corteccia visiva dell’uomo per ricostruire la tridimensionalità, come nel caso della comune visione binoculare. Questo stratagemma evita costose simulazioni grafiche. Una volta accoppiato ad altre videocamere sulle mani del robot, consente di raggiungere risultati mai ottenuti prima: il 100% di successo in attività del tipo “raccogliere e piazzare”, “assemblare”, “graffettare”.

Sistemi robotici di questo tipo potranno permettere agli uomini di lavorare in condizioni che al momento vengono considerate proibitive, sia dal punto di vista ambientale che della sicurezza. Inoltre, la riduzione dei costi e la possibilità di pilotare il robot da centinaia di chilometri di distanza, semplicemente collegandosi ad internet, aprono anche agli operai la strada del lavoro remoto.

di U.M.M.


Fonte:

Jeffrey I Lipton, Aidan J Fay, and Daniela Rus. Baxter’s Homunculus: Virtual Reality Spaces for Teleoperation in Manufacturing. arXiv. Mar. 3, 2017 (open-access): https://arxiv.org/abs/1703.01270

Video pubblicato dall’MIT: https://www.youtube.com/watch?v=4a-W3Od5-t8

Esoscheletri: quanto siamo vicini all’armatura di Ironman?

L’esoscheletro, detto anche “wearable robot”, non è altro che un sostegno elettromeccanico esterno, mosso e guidato a partire dalla forza propria dell’individuo. Questo sistema è tuttavia in grado di fornire forza e resistenza sovraumane all’indossatore, assistendolo in tutti i movimenti tramite vari sistemi di trasmissione.

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Cellulari e radiazioni, rischi reali e non

di Francesco M.

 

Si parla spesso delle onde elettromagnetiche dei telefoni cellulari e dei rischi per la salute ad essi correlati: che cosa c’è di dimostrato e cosa di infondato?

 

 

I telefoni cellulari, così come le altre tecnologie wireless, fondano il proprio funzionamento sul passaggio di informazioni tra un’antenna trasmittente e una ricevente (eventualmente capaci di essere alternate per gestire una comunicazione bidirezionale): le informazioni vengono codificate agendo sul cambio delle caratteristiche delle onde elettromagnetiche (come per esempio modulazione di ampiezza, frequenza o fase) che vengono propagate dall’antenna trasmittente e “lette” da quella ricevente.

 

I campi elettromagnetici o radiazioni sono un fenomeno che sia in natura (uno dei casi più noti è la luce solare) che nelle applicazioni (come quelle wireless) si possono dividere in due grandi categorie:

  • ionizzanti: onde la cui energia è tale da ionizzare un atomo colpito (cioè di modificare la sua carica elettrica e la sua reattività), andando ad alterare la struttura delle molecole di cui fanno parte, come ad esempio il DNA, e potendo causare in ultimo l’insorgenza di tumori
  • non ionizzanti: onde la cui energia non è sufficiente a scatenare gli effetti delle ionizzanti

In questo articolo l’attenzione viene rivolta verso le tecnologie wireless le cui onde rientrano nella categoria onde non ionizzanti.

 

Non esistono quindi effetti nocivi ricondotti all’uso dei cellulari?

 

Gli unici effetti nocivi accertati dalla comunità scientifica sono legati al riscaldamento dei tessuti e allo scopo di contenere questo effetto esiste un limite massimo di legge legato al SAR (Specific Absorption Rate)[1]: il SAR è un valore fisico che descrive il livello assorbimento di un’emissione elettromagnetica da parte dei tessuti biologici e, a seconda dei tessuti biologici (parti del corpo, età della persona), il grado di assorbimento può cambiare.

 

A scopo cautelativo i limiti di legge sono fissati considerando il caso peggiore e tutti i costruttori di dispositivi wireless sono obbligati a rispettare queste soglie per poter vendere i loro prodotti in rispetto della salute pubblica [2].

Analogamente, le compagnie telefoniche o le aziende responsabili dell’installazione di antenne emettitrici sono tenute a rispettare emissioni massime di potenza definite dalla comunità europea ed implementate dai paesi degli stati membri, tra cui l’Italia [3].

 

Se l’unico impatto sulla salute realmente dimostrato è il riscaldamento dei tessuti, a cosa si riferisce l’organizzazione mondiale della sanità  (OMS) quando parla di classificazione “potenzialmente cancerogena”[4]?

 

Il dibattito sulla sicurezza delle radiofrequenza ha portato, e tuttora porta, ad un esame attento di tutti i potenziali effetti, non solo termici ma anche cancerogeni.

Su quest’ultimo punto si sono susseguiti una lunga serie di studi, il più recente e di riferimento per la comunità scientifica è lo studio Interfone, condotto dall’Associazione Internazionale di Ricerca sul Cancro (IARC), il cui risultato non ha dimostrato legami di causa effetto ma, non potendo escludere possibili correlazioni tra persone affette da cancro e uso prolungato su cellulare, si è classificato questo elemento nella categoria 2B.

A scopo di chiarimento, la classificazione IARC comprende diversi livelli di causalità [5]:

  • Group 1 (carcinogeni umani certi) – es. tabacco, alcolici, radiazione solare
  • Group 2A (carcinogeni probabili per l’uomo) – es. steroidi anabolizzanti
  • Group 2B (carcinogeni possibili per l’uomo) – es. radiofrequenze
  • Group 3 (non classificabili come carcinogene)
  • Group 4 (probabilmente non carcinogene)

 

Com’è possibile notare, il gergo specialistico pone molta differenza nell’uso delle parole “probabile” e “possibile”, così come, guardando tra gli agenti appartenenti alla stessa categoria 2B [6], si possono trovare altri agenti quali gli anticoncezionali al progesterone la cui pericolosità risulta molto inferiore a quella di altri agenti del gruppo 1 (tabacco, alcolici, radiazione solare) e che restano comunque legate al dosaggio.

 

Conoscere le normative e le classificazioni di riferimento nel settore scientifico aiutano a non incappare in errori di considerazione (i limiti di legge e di produzione sono introdotti per contenere solo gli effetti termici dei dispositivi wireless, gli unici finora misurati) e in generalizzazioni che allontanano dallo scopo informativo cui vorrebbero tendere.

 

Nel prossimo articolo si prenderanno in esame gli accorgimenti consigliati per ridurre gli effetti termici dei dispositivi mobili.

 

fonti:

[1] organizzazione mondiale della sanità

http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs193/en/

[2] FCC – ente regolatore dei limiti SAR in America

https://www.fcc.gov/general/specific-absorption-rate-sar-cellular-telephones

[3] norme e limiti di legge per il dimensionamento delle stazioni radio base

https://www.arpae.it/elettrosmog/legge2.html

[4] comunicato dell’OMS sui risultati dello studio interphone

http://www.iarc.fr/en/media-centre/pr/2011/pdfs/pr208_E.pdf

[5] livelli cancerogenicità IARC

http://monographs.iarc.fr/ENG/Classification/

[6] lista degli agenti IARC

https://monographs.iarc.fr/ENG/Classification/ClassificationsAlphaOrder.pdf

Solar Impulse: Volare con l’energia solare

Riparte la sfida di Solar Impulse, il velivolo rivestito di celle solari nato per portare un messaggio: la possibilità di ridurre le emissioni nei trasporti rinunciando ai combustibili fossili.

L’aereo, realizzato in Svizzera, dalla sua presentazione nel 2009, ha conseguito una serie di obiettivi sempre più ambiziosi, dalla trasvolata della Svizzera, all’attraversamento degli USA fino alla circumnavigazione della Terra, attualmente in corso.

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Relazione “Scienza e Tecnologia: Attitudini e Conoscenza Pubblica”

L’agenzia governativa americana “National Science Foundation” (NSF) ha recentemente rilasciato un documento chiamato “Scienza e Tecnologia: Attitudini e Conoscenza Pubblica”.
Tale documento incorpora una serie di studi statistici riguardanti le conoscenze scientifiche della popolazione mondiale.

Correct answers to facrual questions in physical and biological sciences, by country/religio
Correct answers to facrual questions in physical and biological sciences, by country/religion: Most recet years

 

Lo studio ha portato alla luce, ad esempio, i seguenti fatti salienti:
– La popolazione tendenzialmente si interessa poco della ricerca spaziale o dell’ambito agricolo, preferendo la sfera sanitaria e l’economia. A metà scala invece troviamo tecnologia e ambiente.
– A titoli di studio più avanzati (indipendentemente dal settore di studi) correlano maggiori abilità scientifiche oltre che maggiori conoscenze e interessi in generale. Il divario di conoscenza tra persone che hanno conseguito una laurea e persone che non hanno raggiunto il diploma di scuola superiore è circa il 35%.
– Le conoscenze scientifiche sono distribuite in modo non sempre uniforme tra i sessi. Per quanto concerne le conoscenze nelle scienze esatte, il divario tra popolazione maschile e femminile è del 14%, in favore della popolazione maschile, mentre nelle scienze biologiche è del 3% in favore della popolazione femminile.

La tabella è stata costruita sulle risposte fornite dalla popolazione mondiale ad una serie di semplici domande a tema scientifico.
I dati inerenti alle risposte sono stati inseriti come percentuale delle risposte esatte fornite dai candidati nelle diverse aree geografiche.

Questi risultati sono pertanto delle indagini statistiche. Sulla base di essi non è ovviamente possibile stabilire la competenza scientifica dei professionisti provenienti dalle diverse nazioni.
Lo studio non vuole in alcun modo evidenziare le differenze geografiche a scopo denigratorio.

Sono ora riportate le percentuali riferite all’Unione Europea e alle aree geografiche con maggiore e minor numero di risposte corrette in relazione ad alcune domande a tema fisico e biologico.

  • “Il centro della terra è molto caldo” (Vero)
    • UE = 86%
    • Korea del Sud = 87%
    • India = 57%
  • “I continenti si stanno movendo da milioni di anni e continueranno a muoversi” (Vero)
    • UE = 87%
    • Korea del Sud = 87%
    • India = 32%
  • “È la terra a girare attorno al sole, o il sole a girare attorno alla terra?” (Terra attorno al sole)
    • UE = 66%
    • Korea del Sud = 86%
    • India = 70%
  • “Tutta la radioattività è artificiale” (Falso)
    • UE = 59%
    • USA = 72%
    • Malaysia = 14%
  • “Gli elettroni sono più piccoli di un atomo” (Vero)
    • UE = 46%
    • Cina = 27%
    • USA = 53%
  • “I laser funzionano focalizzando onde sonore” (Falso)
    • UE = 47%
    • USA = 47%
    • Malaysia = 16%
  • “L’universo è cominciato con una grande esplosione” (Vero)
    • UE = N/A
    • Korea del Sud = 67%
    • India = 34%
  • “È il materiale genetico del padre a decidere se il figlio sarà maschio o femmina?” (Vero)
    • UE = 64%
    • USA = 63%
    • Russia = 22%
  • “Gli antibiotici uccidono i virus come uccidono i batteri” (Falso)
    • UE = 46%
    • USA = 51%
    • Malaysia = 8%
  • – “L’uomo, come lo conosciamo ai giorni nostri, si è evoluto da precedenti specie animali” (Vero)
    • UE = 70%
    • Cina = 66%
    • Russia = 44%

 

Per interpretare i risultati, basta tenere a mente poche semplici regole:
– Punteggi intorno al 50% indicano nessuna istruzione specifica sull’argomento. Infatti in un vero o falso, se tutti i partecipanti rispondessero a caso, si avrebbe un valore di risposte esatte intorno al 50%.
– Punteggi sopra il 75% indicano che esiste su quell’argomento una componente di istruzione per tutti i cittadini.
– Punteggi inferiori al 25% indicano una sistematica disinformazione sull’argomento. Questo può accadere per la mancanza di istruzione, unita a fattori culturali, religiosi, etc.

Il documento integrale (in inglese) lo trovate a questa pagina:http://www.nsf.gov/statistics/seind14/content/chapter-7/c07.pdf
[AS]

La storia di Naki’o, “il cane bionico”

Per i non anglofoni ho tradotto l’intero servizio quanto più testualmente possibile, potete trovarlo qui sotto.

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Naki’o era solo un cucciolo quando fu trovato nello scantinato gelido di un’abitazione abbandonata.

– NdR, Christie Pace è la ragazza che ha adottato Naki’o –

Christie: “Sua madre era morta nella casa ed infatti lui da rimasto da solo, gelato in una pozzanghera”

Portato ad un centro assistenza animali perse le zampe e la punta della sua coda a causa del gelo. Senza casa, ferito e con difficoltà motorie, era proprio il tipo di cane che Christie Pace, un’assistente veterinaria, stava cercando.

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