Niente panico: il moto casuale della Tesla nello spazio

La recente trovata di Elon Musk di lanciare verso Marte una Tesla Roadster rossa, con tanto di pilota in tuta da astronauta al posto di guida, ha riportato alla luce un tema tecnologico sviluppato inizialmente negli anni ‘60 del Novecento, nell’ambito delle missioni Apollo. Stiamo parlando dei lanciatori super-pesanti cioè quei razzi che permettono di portare almeno 50 tonnellate di peso in orbita terrestre bassa (tra 160 e 2000 km di quota).

In astronautica si definiscono vettori (o lanciatori) quei missili progettati, ed utilizzati, per inviare nello spazio un determinato “carico utile”. A seconda del carico utile (payload in inglese) essi vengono classificati in lanciatori leggeri (fino a 2t), medi (da 2 a 20t), pesanti (da 20 a 50t) e super-pesanti (più di 50t) [1]. Nel corso della storia, pochissimi razzi sono stati capaci di portare in orbita un carico utile di tale entità. Il record incontrastato (140t) spetta ancora oggi al Saturn V, il vettore che ha permesso all’uomo di raggiungere la Luna (fig.1). Citando Oriana Fallaci: “Un uomo, messo accanto a quel razzo, sembra meno di una formica. E’ un razzo così ciclopico che la sua altezza equivale a quella di un grattacielo con trentasei piani, la sua ampiezza è quella di una stanza di sette metri per sette. […] Se ne raggiungi con un ascensore la cima, io l’ho fatto, ti coglie il terrore. E di ciò non ti rendi conto alla televisione […] ti mancano i termini di paragone…” [2].

Cinquant’anni dopo, il Falcon Heavy, missile progettato dalla SpaceX, compagnia spaziale del patron di Tesla, deve mantenere la promessa del suo ideatore, ossia diventare il più grande lanciatore dopo il leggendario razzo di Wernher von Brown, con tanto di propulsori riciclabili.

Fig.1 – Confronto tra alcuni lanciatori super-pesanti

Tuttavia, molti continueranno a chiedersi quale sia stata l’utilità di mandare nello spazio un’automobile sportiva. Considerati i precedenti disastri di SpaceX, il primo lancio del Falcon Heavy era ad alto rischio fallimento. Al tempo stesso era necessario effettuare dei test per capire se il vettore potrà, un domani, trasportare le dichiarate 63,8t di payload [3]. Per non mettere in pericolo oggetti di valore scientifico, come ad esempio satelliti da milioni di dollari, Elon Musk ha scelto di utilizzare come peso di prova la sua personale “utilitaria” [4]. Questa mossa è stata anche ampiamente criticata poiché appare come una mera trovata pubblicitaria, tuttavia non è un segreto che l’affezione del pubblico verso l’astronautica goda di alti e bassi. Ad esempio, una volta vinta la corsa allo spazio contro l’URSS, gli americani smisero di seguire le missioni spaziali. La Tesla cosmica ha senz’altro risvegliato l’interesse di tutti.

Ma che fine faranno l’auto ed il suo conducente?

Sebbene, a detta di Musk, essi continueranno a fluttuare nello spazio per i prossimi miliardi di anni [4], molti studiosi la pensano diversamente. Un recentissimo studio pubblicato dai canadesi Hanno Rein e Daniel Tamayo e dal ceco David Vokrouhlicky ha come obiettivo valutare la probabilità di impatto della Tesla con i corpi celesti del sistema solare interno. Il titolo del lavoro “The random walk of cars and their collision probabilities with planets (Il moto casuale delle macchine e la loro probabilità di collisione con pianeti)” [5] è tra il serio ed il faceto, come d’altronde tutto quello che riguarda questa impresa. Nel loro lavoro, basato su seri modelli matematici, i ricercatori hanno compiuto delle simulazioni a più corpi che coprono un arco di tempo pari a diversi milioni di anni. Assumendo che l’automobile è stata lanciata dalla Terra ed è oggi diretta, senza ulteriori correzioni di rotta, verso l’orbita di Marte è altamente probabile che, in futuro, tra la Tesla ed il nostro pianeta ci saranno molti incontri ravvicinati (fig.2). Mentre la probabilità d’impatto di un oggetto che incrocia l’orbita terrestre può essere stimata con precisione in una scala di tempi confrontabile con la vita umana, l’orbita caotica del Roadster non può essere definita con precisione sul tempo necessario ai molti incontri. Quindi, le conclusioni possono essere tratte solo in termini statistici. Da questo punto di vista il comportamento della Tesla ha molte similarità con gli asteroidi near-Earth (vicini alla Terra) o NEAs. Essi si muovono nella regione interna del sistema solare in modo caotico effettuando numerosi incontri ravvicinati con i pianeti di tipo terrestre, che ne perturbano pesantemente ed imprevedibilmente l’orbita. Il destino più comune di questo tipo di asteroidi è di precipitare nel Sole. Solo una piccola percentuale di essi vaga sufficientemente a lungo nella zona dei pianeti terrestri per avere una probabilità d’impatto non nulla con la Terra, Venere o Marte. D’altro canto, ci sono anche delle differenze tra la Tesla ed i NEAs. La prima è il fatto che gli asteroidi tipicamente diffondono verso l’interno del sistema solare dalla fascia degli asteroidi, mentre la Tesla è stata lanciata dalla Terra. La seconda è il fatto che l’automobile non ha percepito l’effetto di risonanza gravitazionale con Giove, cosa che avviene per i NEAs. In ogni caso, è abbastanza sicuro che il primo incontro ravvicinato con la Terra avverrà nel 2091 e nella maggior parte dei casi simulati non ci si aspetta alcun impatto per i successivi 3 milioni di anni. Questo non significa che le chances di collisione siano nulle, entro 1 milione di anni è infatti stimata una probabilità di impatto del 6% con la Terra e del 2.5% con Venere. Ciò porta alla valutazione che il viaggio della Tesla nello spazio non potrà durare più qualche decina di milioni di anni, come nel caso degli asteroidi near-Earth.

Fig.2 – Orbita della Tesla nel sistema solare interno [6]

E’ verosimile che l’auto di Musk resista così a lungo?

Diversi siti hanno riportato un’intervista [7][8] ad un esperto di plastiche dell’Università dell’Indiana, il Dr. William Carroll, che nel 2005 è stato presidente dell’American Chemical Society. Secondo Carroll, tra radiazioni cosmiche ed impatti da micrometeoriti, l’aspettativa di vita dei materiali che costituiscono il veicolo può essere, in alcuni casi, anche solo di un anno. Ci stiamo riferendo a tutto ciò che è plastica: sulla Terra i raggi cosmici ed il vento solare sono attenuati dall’atmosfera e dalla magnetosfera, ma nel vuoto non è così. In condizioni estreme i polimeri organici rischiano di sgretolarsi in pochi mesi. Tutto il resto, invece, potrebbe essere distrutto dai micrometeoriti, ossia piccolissimi pezzetti di roccia estremamente comuni nello spazio. Basti pensare che la quantità di polvere cosmica che si presume cada sulla Terra ogni giorno è qualche decina di tonnellate. Questi “sassolini” viaggiano a velocità relative molto elevate e, nonostante la loro piccola massa, sono in grado di fare dei danni notevoli. Perciò dobbiamo immaginarci che nei prossimi secoli la carrozzeria della Tesla verrà ridotta a colabrodo ed il suo occupante (battezzato prontamente Starman, dalla canzone di David Bowie) in cenere.

E per concludere, cosa si è portato Starman nel suo periglioso viaggio verso Marte e la fascia degli asteroidi? Pare che nel cassetto portaoggetti ci siano una copia della Guida Galattica per autostoppisti di Douglas Adams e l’intera trilogia della Fondazione di Isaac Asimov (in supporto ottico 5D). L’immancabile asciugamano e la scritta “Don’t Panic (Niente Panico)” (altri riferimenti a Douglas Adams) non potevano mancare, così come una targhetta con scritto “Made on Earth by humans (Prodotto sulla Terra da esseri umani)”.

Nel vuoto non sarà possibile ascoltare “Space Oddity” dagli altoparlanti della Tesla, ma vederla viaggiare così, sullo sfondo nero del cosmo, dovrebbe bastare a chiunque per immaginare che si tratti di una “bizzarria spaziale”.

 

[UMM]

 

Bibliografia:

[1] NASA Launch Propulsion Systems Technology Area Roadmap, TA01-7

https://www.nasa.gov/pdf/500393main_TA01-LaunchPropulsion-DRAFT-Nov2010-A.pdf

[2] Oriana Fallaci – Quel giorno sulla Luna – Rizzoli (1970)

[3] Falcon Heavy Overview dal sito di SpaceX

http://www.spacex.com/falcon-heavy#falconHeavy_overview

[4] Il tweet di Elon Musk: “Payload will be my midnight cherry Tesla Roadster playing Space Oddity. Destination is Mars orbit. Will be in deep space for a billion years or so if it doesn’t blow up on ascent. 1 dic 2017” / Il carico sarà la mia Tesla Roadster color ciliegia [con l’autoradio] che manda “Space Oddity”. La destinazione è l’orbita di Marte. Resteremo nello spazio profondo per un miliardo d’anno o giù di lì, sempre che [il razzo] non esploda al decollo.

https://twitter.com/elonmusk/status/936782477502246912

[5] Hanno Rein, Daniel Tamayo, David Vokrouhlick – The random walk of cars and their collision probabilities with planets

https://arxiv.org/abs/1802.04718

[6] http://www.whereisroadster.com/

[7] https://www.livescience.com/61680-will-spacex-roadster-survive-in-space.html

[8] https://www.wired.it/scienza/spazio/2018/02/17/tesla-starman-spazio-musk/

Il telescopio Hubble: un possibile disastro trasformato in successo

Il telescopio spaziale Hubble è uno strumento importantissimo per l’esplorazione del cosmo e per la ricerca che tenta di svelarne i misteri. Eppure, quando fu lanciato negli anni ’90, rischiò di rivelarsi un costosissimo disastro.

Il telescopio spaziale Hubble, il primo e più famoso dei telescopi orbitali (Di Ruffnax (Crew of STS-125) – http://spaceflight.nasa.gov/gallery/images/shuttle/sts-119/hires/s125e011848.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6826183)

Mandato in orbita nell’Aprile del 1990, Hubble è stato il primo telescopio a essere posizionato nell’orbita terrestre: al di fuori dell’atmosfera, a un’altezza di circa 550 km dal suolo. Libero quindi da nubi e inquinamento luminoso, Hubble ha una visuale sull’Universo praticamente priva di ostacoli.

Il telescopio non viaggia attraverso lo spazio, ma rimane nell’orbita terrestre e gira attorno al nostro pianeta: spostandosi ad una velocità di quasi 27.000 chilometri l’ora, impiega circa un’ora e mezza per fare un giro completo della Terra.

I “Pilastri della Creazione”, una delle fotografie più famose di Hubble, scatata nel 1995 (Di NASA, ESA, and the Hubble Heritage Team (STScI/AURA) – http://hubblesite.org/newscenter/archive/releases/2015/01/image/c/warn/, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=38165284)

L’ “occhio” di Hubble è costituito da uno specchio dal diametro di 2.4 metri, che gli permette di vedere molto lontano nell’Universo con altissima accuratezza e precisione: è in grado di distinguere dettagli con un’ampiezza angolare di 0.05 arcosecondi, che equivale a essere in grado di riconoscere un paio di lucciole in Giappone mentre si è negli Stati Uniti; inoltre, è capace di puntare un oggetto con una precisione di 0.007 arcosecondi, come puntare un laser su una moneta da una distanza di 320 chilometri.

A pochi mesi di distanza dal suo lancio, però, le prime immagini fornite da Hubble furono estremamente deludenti. Un difetto nello specchio primario, infatti, impediva al telescopio di mettere a fuoco gli oggetti, producendo immagini poco nitide.

Con un costo di realizzazione di 2.5 miliardi di dollari, quelle prime imbarazzanti immagini furono una grossa batosta per il progetto, che rischiava di morire in partenza e di rovinare per sempre la reputazione delle due agenzie coinvolte nella sua costruzione: NASA ed ESA.

Fortunatamente, il telescopio fu progettato fin dall’inizio per essere riparato dagli astronauti dello Space Shuttle. Nel 1993 partì la missione STS-61, con lo scopo di correggere l’ottica di Hubble, sostituire alcuni strumenti e installarne di nuovi. Si trattó di una missione da record: fu la prima opera di manutenzione di uno strumento in orbita e portó gli astronauti ad effettuare ben cinque passeggiate spaziali, una dopo l’altra, per un totale di 35 ore e 28 minuti di lavoro. La missione fu un successo e il problema della messa a fuoco fu risolto montando una serie di cinque specchi aggiuntivi – un po’ come mettere ad Hubble gli occhiali -.

Da allora, il telescopio ha raccolto immagini splendide e ha permesso ad astronomi e astrofisici di fare importanti scoperte: dal determinare l’età dell’Universo (pari a 13.7 miliardi di anni), a capire come si formano i pianeti, fino a scovare la presenza di buchi neri supermassici nel cuore di quasi tutte le galassie e a identificare materia organica al di fuori del nostro sistema solare, Hubble ha ampliato i confini della nostra conoscenza del cosmo.

La galassia M100 fotografata prima e dopo l’installazione delle lenti correttive sull’Hubble (Di NASA/ – Great Images in NASA Description; see also http://hubblesite.org/newscenter/archive/releases/1994/01/image/a/, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6459870)

Dopo il 1993, il telescopio è stato visitato altre quattro volte dagli astronauti, che hanno riparato, sostituito o migliorato i suoi strumenti. Nella sua carriera quasi trentennale, Hubble ha effettuato più di un milione di osservazioni, ha portato alla pubblicazione di più di 14.000 articoli scientifici e ha percorso più di 5 miliardi di chilometri attorno la Terra.

Nessun altro strumento costruito dall’uomo ha mai fornito cosí tante informazioni preziose e c’è da sperare che, prima di andare in pensione, Hubble ci regali ulteriori sorprese.

Di L. P.

Approfondimenti:

L’età dell’oro per l’Astronomia. Letteralmente!

Da quando il progetto LIGO/Virgo sulla rilevazione delle onde gravitazionali ha iniziato a funzionare, non ha mai smesso di stupire gli astronomi con continue scoperte di grandissima importanza. Quest’ultima però, annunciata il 16 Ottobre 2017, le supera davvero tutte.

Alessandra Corsi, radioastronoma al Texas Tech University di Lubbock e cofirmataria del primo documento ufficiale rilasciato dal team di LIGO/Virgo, ha definito questo evento come un “grande regalo da parte della natura […] Un evento che cambia la vita.” Vediamo cosa è successo.

La rilevazione dell’evento

Il 17 Agosto alle ore 12:41 tempo universale, i due rilevatori LIGO di Hanford, Washington e Livingston, Louisiana insieme al rilevatore Virgo di Pisa, Italia hanno rilevato un segnale assolutamente anomalo e stupefacente.

Image credit: Karan Jani/Georgia Tech
 

Mentre i quattro eventi gravitazionali precedentemente rilevati avevano una durata di massimo pochi secondi, questo è durato 100 secondi. Inoltre le frequenze delle onde gravitazionali degli eventi precedenti si misuravano in decine di cicli al secondo, mentre per questo sono state rilevate frequenze che arrivavano a migliaia di cicli al secondo. Si tratta quindi di un evento molto “squillante” dal punto di vista gravitazionale, con in più qualcosa di completamente nuovo che ora capiremo insieme.

Due stelle di neutroni si scontrano

Analizzare una tale abbondanza di dati ha permesso di desumere che in questo caso non si trattava di buchi neri che spiraleggiavano uno verso l’altro, ma bensì di più “leggere” stelle di neutroni di 1,1 e 1,6 masse solari rispettivamente.  Per avere un idea delle grandezze in gioco, il primo evento gravitazionale rilevato da LIGO il 14 Settembre 2015, GW150914, aveva coinvolto due buchi neri ambedue di circa 30 masse solari.

Ma non finisce qui, perché lo scontro è stato osservabile come un lampo luminoso durato per giorni in un evento chiamato “kilonova”, nome che indica la superiore potenza esplosiva rispetto ad una nova. L’osservazione diretta in questo caso è stata possibile perché le stelle di neutroni sono composte dalla massa barionica (ovvero da materia vera e propria, come le stelle o i pianeti) più densa in assoluto nell’universo, talmente densa che le stelle che si sono fuse avevano un diametro stimato di circa 20 chilometri), al contrario dei buchi neri che invece sono completamente oscuri in quanto assorbono anche la luce.

Arriva l’astronomia “multimessaggero”

Questo evento, che porta il nome di GW170817, è passato alla storia per diverse ragioni. La più importante è che con questa scoperta, la quinta epocale nel giro di due anni dall’inizio del progetto LIGO/Virgo, si può tranquillamente affermare che l’era dell’astronomia “multimessaggero” è partita eccezionalmente bene, confermando come il metodo scientifico è ancora l’unico valido. Ha confermato previsioni che risalivano a 100 anni fa e siamo sicuri che le sorprese non sono certo finite qui. Si tratta di un’astronomia che coniuga le osservazioni elettromagnetiche come quelle dei telescopi ottici, delle antenne radio dei satelliti a raggi x con le rilevazioni delle onde gravitazionali. Oggi possiamo vedere e ascoltare il nostro Universo come mai ci è stato possibile e siamo pronti a scommettere che ci saranno sorprese incredibili ad attenderci la fuori.

Kilonova e sintesi dei metalli più pesanti del ferro

Brian Metzge

Importantissimo è anche il fatto che sia stata confermata l’esistenza delle kilonova, oggetti teorizzati sin dal 1990 ma mai osservati direttamente. Brian Metzger, un fisico teorico della Columbia University, ha giustamente paragonato questa scoperta a una tenda che all’improvviso si alza e mostra quanto il gruppo di fisici si era avvicinato alla realtà dei fatti.

L’esistenza delle kilonova è fondamentale nella fisica nucleare per confermare o smentire le ipotesi sulla formazione di metalli più pesanti del ferro nell’universo: metalli come l’oro, l’argento, il platino, il rutenio o il neodimio. I fisici nucleari avevano ipotizzato che questi atomi si formassero in eventi chiamati r-process (rapid neutron capture process) all’interno delle stelle più vecchie ma con una mole di dati a disposizione come questa, avranno di che lavorare parecchio per confermare le loro teorie.

Ora sapete da dove viene l’oro del vostro anello, che probabilmente è più vecchio del nostro pianeta!

L’origine dei gamma-ray burst brevi

A differenza della fusione di buchi neri che ha permesso di scoprire le onde gravitazionali, questo evento è stato osservabile simultaneamente anche nello spettro del visibile e nello spettro delle onde radio, oltre che attraverso le onde gravitazionali.

Il Fermi Gamma Ray Space Telescope e lo Swift Space Telescope hanno rivelato dei lampi gamma di breve durata (short Gamma-Ray Burst, sGRB). Dodici ore dopo la rilevazione delle onde gravitazionali (alle ore 23.33 del tempo universale, 10 ore e 52 minuti dopo che l’onda gravitazionale era arrivata sulla terra), l’osservatorio cileno di Las Campanas guidato da Charles Kilpatrick, un postdoc dell’università di Santa Cruz, ha notato un nuovo punto luminoso in una fotografia della galassia NGC4993. In uno scambio di messaggi online scrisse, incredibilmente calmo “ho scoperto qualcosa”: era l’emissione nel visibile dell’evento di fusione delle due stelle di neutroni che poi fu chiamato GW170817.

Il ruolo del nostro paese

Vogliamo sottolineare con ben più di una punta di orgoglio il ruolo dell’Italia in questo progetto di collaborazione scientifica internazionale. L’interferometro Virgo è affiliato al progetto LVC: LIGO Scientific Collaboration and Virgo Collaboration, fondato nel 1997 dal fisico sperimentale Barry Clark Barish, che nel 2016 ricevette il premio Enrico Fermi “per i suoi fondamentali contributi alla formazione delle collaborazioni scientifiche LIGO e LIGO-Virgo e per il suo ruolo nell’affrontare aspetti tecnologici e scientifici impegnativi la cui soluzione ha portato alla prima rilevazione delle onde gravitazionali “.

Virgo, oltre ad essere situato nel comune di Cascina, frazione Santo Stefano a Macerata (PI), gode della presenza di 8 tra ingegneri e fisici

L’interferometro VIRGO a Cascina, in provincia di Pisa. (Creative Commons CC0

dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), oltre che di altri 272 esperti provenienti dal Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) in Francia; dal Nikhef in Olanda; dall’MTA Wigner RCP in Ungheria; dal gruppo POLGRAW in Polonia; dall’Università di Valencia in Spagna; e dall’European Gravitational Observatory.

La presenza italiana nell’LVC si fa sentire anche tramite Adalberto Giazotto, fisico dell’INFN e “padre” di Virgo, che nel 2001 propose una rete mondiale di interferometri e di utilizzarli come una single machine operante in sinergia. Altrettanto orgogliosi sono Fernando Ferroni e Antonio Masiero, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’INFN, quest’ultimo  anche presidente di ApPEC, il consorzio che coordina la ricerca europea in fisica delle astroparticelle.

Molti sono anche gli italiani sparsi per il mondo che collaborano a questo enorme ed ambizioso progetto del quale dobbiamo andare giustamente fieri! Non ci stancheremo mai di ribadire che la nostra nazione non è solo fucina di stantii stereotipi ma anche di eccellenze in campo scientifico, di ricerca e innovazione e soprattutto di entusiasmo e incrollabile fiducia nel futuro.Altre considerazioni preferiamo non farne, vogliamo rimanere in un ottica di realistico ottimismo e guardare alle nostre giovani leve che stanno per sperimentare un nuovo, entusiasmante modo di guardare ed ascoltare il nostro meraviglioso Universo.

Carl Sagan

Riecheggiano potenti le parole di Carl Sagan: “Da qualche parte, qualcosa di incredibile è in attesa di essere scoperto”.

Possiamo starne certi che la strada è solo agli inizi ma non abbiamo paura!

 
[Andrea Grossi]

C’è vita su Encelado?

Encelado (Di NASA/JPL/Space Science Institute – [http://photojournal.jpl.nasa.gov/catalog/PIA06254 (http://photojournal.jpl.nasa.gov/jpeg/PIA06254.jpg), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=313713)

Di S.M.

Se ne è parlato tantissimo in questi giorni: dopo una conferenza stampa tenuta dalla NASA lo scorso 13 aprile numerosissime testate giornalistiche e telegiornali hanno parlato di “vita” su Encelado, una delle numerose lune di Saturno. La verità è un po’ meno clamorosa, sebbene altrettanto interessante.

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Esplorazione dello spazio più lontana: problemi al fegato

L’analisi dei tessuti epatici di topi rientrati dallo spazio ha mostrato segni di danni e degenerazione tali da rendere necessario, quanto meno, approfondire il problema negli umani prima di poter prendere in considerazione missioni di lunga durata

.Superraton

Lo spazio esterno al nostro pianeta non è l’ambiente ideale per la vita terrestre, il principale problema per gli animali portati nelle varie missioni spaziali, in condizioni di microgravità, è la perdita di tessuto muscolare e l’infragilimento delle ossa che diventano soggette a fratture in modo simile a quanto accade, sulla terra, a individui molto anziani. Il problema riguarda da vicino anche gli umani: gran parte delle missioni finora messe in atto avevano come oggetto, almeno in parte, lo studio di soluzioni per invertire il fenomeno; come esercizi mirati per sollecitare anche in assenza di gravità muscoli e scheletro.

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La vera storia di Rosetta

Rosetta è una missione spaziale sviluppata dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e lanciata nel 2004. L’obiettivo della missione è lo studio della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko.

Come la famosa Stele di Rosetta, che permise di decifrare la lingua dei geroglifici, così la sonda europea dovrebbe permetterci di decifrare i segreti che ancora avvolgono la nascita del nostro Sistema Solare. Le comete infatti sono tra i più antichi corpi celesti del nostro Sistema Solare e conservano i campioni, quasi inalterati, del materiale da cui si formarono il Sole e i pianeti 5 miliardi di anni fa. Per questo motivo possono essere considerati a tutti gli effetti, dei “fossili”.
Studiando la natura dei loro gas e delle loro polveri, Rosetta aiuterà gli scienziati a saperne di più sul ruolo delle comete nell’evoluzione del Sistema Solare e sulla eventuale presenza – nel loro nucleo – di molecole organiche complesse come quelle che costituiscono le forme di vita che conosciamo.

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“Cose strane avvengono sul Sole” – Le macchie solari.

No, non c’è niente che non vada con il Sole.

Recentemente mi hanno portato all’attenzione di questo articolo, scritto dall’Internazionale, il quale titola “C’è qualcosa che non va con il sole”. Tale articolo è una versione italiana di un articolo del Wall Street Journal titolato “Strange doing on the Sun” – tradotto letteralmente “Cose strane avvengono sul Sole”

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Cosmologia – Il cielo notturno e il paradosso di Olbers

Nel 1826 l’astronomo tedesco H.W.Olbers pose il seguente quesito:
Come è possibile che il cielo notturno sia buio nonostante l’infinità di stelle presenti nell’universo?Teoricamente se un osservatore puntasse lo sguardo in una direzione qualunque del cielo dovrebbe sempre poter vedere una stella,e per questo motivo l’intero cielo dovrebbe brillare con la stessa intensità della superficie del Sole.

Questa domanda così apparentemente banale,che aveva messo in difficoltà persino Keplero prima di lui, scosse a suo tempo le basi della Cosmologia, ovvero l’insieme di teorie e ipotesi che descrivevano la struttura e la formazione dell’universo.Fino a quel momento si pensava infatti che l’universo avesse estensione infinita ed esistesse da tempo infinito,ma l’unica soluzione per risolvere il paradosso era accettare il fatto che l’universo, in realtà, avesse un’origine e un’età finita,e non solo:che fosse oltretutto in continua espansione,fatto che fu dimostrato da Hubble alla fine degli anni ’20.

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