Cannabis contro Alzheimer

Il tetraidrocannabinolo o THC, il principio attivo contenuto nella cannabis sativa, ha dimostrato di essere in grado di mitigare gli effetti tossici legati alla malattia di Alzheimer in colture di cellule che riproducono il decorso della malattia.

 

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ATTENZIONE. AVVISO IMPORTANTE:

il presente articolo parla di un trattamento sperimentale applicato a singole cellule coltivate. Le informazioni ottenute dallo studio saranno utili per orientare la futura ricerca medica, ma sono di per sè insufficienti a trarre conclusioni relative al paziente umano nella sua interezza e nella sua complessità, pertanto non possono costituire un’indicazione di trattamento medico.

Alcune regioni italiane hanno approvato l’uso di derivati della cannabis per il trattamento di varie patologie, ma queste non includono il morbo di Alzheimer.

Le sostanze chimiche estratte dalla Cannabis sativa impiegate a livello medico costituiscono inoltre formulazioni farmaceutiche rigorose studiate per massimizzare i benefici del composto attivo impiegato e minimizzarne gli effetti collaterali, non hanno pertanto alcuna attinenza con i comuni metodi di assunzione di derivati della cannabis per scopo voluttuario.

Il dibattito su questo genere di consumo esula dagli scopi strettamente scientifici dell’articolo, e dell’intero sito.

L’ Alzheimer è una forma di malattia con sintomi che portano alla perdita delle capacità cognitive (tipica della malattia è la perdita di memoria) con la progressiva incapacità del paziente ad avere cura di sè e a interagire con le altre persone che termina con la necessità di un ricovero in strutture specializzate o della continua assistenza da parte dei famigliari.

La malattia diventa sempre più probabile una volta superati i 65 anni di età, ma esistono anche casi che compaiono a un’età più precoce. Nel 2006 erano noti 26,6 milioni di casi nel mondo, con un costo sociale, diretto o indiretto, stimato in 600 miliardi di dollari ogni anno.

Il cervello di un paziente affetto dal morbo, esaminato dopo la morte, presenta al microscopio alcune caratteristiche molto evidenti individuate già nel 1906 dallo scopritore della malattia, lo psichiatra e patologo Alois Alzheimer (1864-1915). Tra le cellule del cervello sono presenti accumuli, definiti placche, di una proteina chiamata beta amiloide. Mentre all’interno delle cellule elettriche del cervello, i neuroni, si formano aggregati, definiti grovigli, di una proteina chiamata Tau.

Anche se negli anni sono state sviluppate tecniche sempre più accurate per la diagnosi precoce della malattia, i trattamenti terapeutici proposti di volta in volta per cercare di curarla, o quanto meno rallentarla, si sono sempre mostrati poco efficaci. La maggior parte dei medici sono ormai concordi che questa frustrante resistenza sia dovuta al fatto che, per quanto precoce, la diagnosi arriva sempre troppo tardi, quando i danni al cervello sono già in atto.

Un candidato importante a causare i danni osservati nel cervello dei pazienti è ovviamente la stessa proteina beta amiloide trovata nei tessuti nervosi in corso di autopsia; ma vari esperimenti su animali o colture di cellule hanno chiarito che nel momento in cui si formano le placche sono già presenti da tempo malfunzionamenti cerebrali che possono essere la causa dei sintomi osservati sull’uomo.

Un’ipotesi che ha dato qualche risultato sperimentale positivo vede nella forma solubile della proteina amiloide prodotta dalle cellule del cervello una possibile responsabile dei danni del morbo. La forma solubile della proteine viene infatti rilasciata dalle cellule cerebrali nel liquido che le circonda e si è dimostrata capace di danneggiare i neuroni uccidendoli o anche solo impedendo loro di scambiarsi i segnali elettrici che permettono il funzionamento del cervello. Solo quando la proteina è presente ormai ad alta concentrazione si aggregherebbe a formare le placche.

Un’altra ipotesi prevede che le cellule si ammalino per la presenza al loro interno di proteina amiloide. Questa proteina sarebbe presente o perché mai rilasciata nel liquido fra le cellule, in quanto difettosa; oppure perché le stesse cellule la riprendono al loro interno per evitare i danni che può fare quando circola liberamente.

Antonio Currais e colleghi del Salk Institute for Biological Studies, California (USA), e dell’università della California, hanno pensato di approfondire la questione studiando il comportamento di cellule di origine cerebrale modificate geneticamente per accumulare al loro interno grandi quantità di proteina beta amiloide quando nel loro terreno di coltura è presente un farmaco che non ha nessun effetto sulle cellule non modificate. I risultati dei loro esperimenti sono stati pubblicati sulla rivista Aging and Mechanisms of Disease, Appartenente allo stesso gruppo editoriale Nature.

La prima osservazione riguarda il fatto che le cellule indotte a produrre proteina mostrano rapidamente un aumento di enzimi legati allo stress, compresi quelli che inducono le cellule a suicidarsi. Questi ultimi, in condizioni normali, proteggono l’organismo dai danni che una cellula stressata può produrre (come, per esempio, diventare cancerosa), ma la loro attivazione patologica, nel corso degli esperimenti, causava la morte incontrollate di molte cellule. Oltre a causare la loro morte, inoltre l’accumulo di proteina amiloide induce le cellule a emettere delle sostanze che causano infiammazione, propagando in questo modo il danno alle cellule vicine. Molte di queste sostanze, individuate dai ricercatori, sono formate dalla trasformazione di una sostanza chiamata acido arachidonico che, come dice il nome, deriva a sua volta dagli oli presenti in vari vegetali tra cui, soprattutto, le arachidi. L’aggiunta di acido arachidonico al terreno di coltura delle cellule che accumulavano amiloide al loro interno produceva un aumento della loro mortalità tanto più grande quanto maggiore era la quantità di sostanza somministrata.

Vari farmaci antinfiammatori e antidolorifici, tra cui la comune aspirina, agiscono bloccando l’infiammazione mediata dai derivati dell’acido arachidonico. Sono anche stati fatti vari esperimenti su modelli animali, o pazienti umani affetti da Alzheimer trattati con grandi quantità di aspirina per altre patologie, per stabilire se l’effetto antinfiammatorio di questo comune farmaco avesse effetti positivi sul decorso del morbo; ma tutte queste ricerche hanno avuto esito negativo. Currais e colleghi hanno stabilito che con ogni probabilità questo fallimento è dovuto al fatto che dall’acido arachidonico derivano anche sostanze che hanno un effetto protettivo sulle cellule, l’aspirina e gli altri antinfiammatori bloccano quindi col danno anche i benefici.

La ricerca degli autori della pubblicazione è andata in un’altra direzione: altre sostanze comunemente prodotte nell’organismo, a partire dall’acido arachidonico, sono infatti i cosiddetti endocannabinoidi; implicati nella risposta allo stress e al dolore. I ricercatori hanno quindi provato ad aggiungere gli endocannabinoidi al terreno di coltura, aspettandosi che essi venendo convertiti in acido arachidonico portassero ad un aumento di mortalità cellulare. Con una certa sorpresa si è notato invece che oltre a ridurre il numero delle cellule che morivano, gli endocannabinoidi inducevano una diminuzione della proteina amiloide accumulata. Una sostanza simile ai cannabinoidi naturali, ma impossibile da convertire in acido arachidonico, produceva lo stesso effetto; la parentela chimica con l’acido dei cannabinoidi non era quindi in alcun modo collegata al loro effetto che derivava invece dal loro ruolo fisiologico. In esperimenti successivi anche il comune tetraidrocannabinolo (THC), che è principio attivo della cannabis sativa e promuove le stesse vie biochimiche degli endocannabinoidi, ma non ha somiglianze chimiche con l’acido arachidonico, ha dimostrato di poter esplicare un pieno e potente effetto protettivo sulle cellule che accumulavano proteina amiloide.

Il lavoro di Currais mette una bella quantità di carne al fuoco per future ricerche. Servirà la fortuna. Ma, visto l’impatto sociale della malattia di Alzheimer, anche la necessità di evitare i moralismi su sostanze oggetto di pregiudizio, come sono i cannabinoidi, è più che mai necessaria. [DP]

BIBLIOGRAFIA

Antonio Currais, Oswald Quehenberger, Aaron M Armando, Daniel Daugherty, Pam Maher, David Schubert.

Amyloid proteotoxicity initiates an inflammatory response blocked by cannabinoids.

npj Aging and Mechanisms of Disease, 2016; 2: 16012 DOI: 10.1038/npjamd.2016.12

Per chi fosse interessato alla produzione di farmaci cannabinoidi c’è anche questa notizia recente sulla coltivazione della pianta e la sua trasformazione in farmaco da parte dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze (per ora entrambe sperimentali). Se il progetto andrà a buon fine consentirà un deciso risparmio sui farmaci cannabinoidi già attualmente approvati in Italia per uso medico, o che potrebbero essere approvati in futuro, Che attualmente possono solo essere importati dall’estero.

http://www.corriere.it/salute/cards/ecco-primo-raccolto-cannabis-terapeutica-prodotta-stato/varieta-canapa-coltivata_principale.shtml