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Cannabis legale: light e terapeutica

di Irene F

In Italia  la vendita di Cannabis sativa  con contenuto in THC fino allo 0,2% (e tolleranza di fatto fino allo 0,6%) è legale. Lo stesso prodotto contiene però anche CBD, cannabidiolo, con altre proprietà ed effetti.

Tutto ciò è sancito dalla legge italiana numero 242, approvata nel dicembre 2016, che consente la produzione e commercializzazione della cosiddetta cannabis light. La stessa legge impedisce le importazioni di varietà non previste nel catalogo europeo, al fine di evitare incroci e ibridi, in particolare di alcune varietà provenienti dalla svizzera. Questo permette l’utilizzo della cannabis in ambito alimentare, cosmetico e tessile.

Allo stesso tempo però, non è consentito l’utilizzo personale ricreativo, garantendo così un controllo maggiore su questo prodotto tanto soggetto a dibattiti per la sua discussa pericolosità e  efficacia. La cannabis terapeutica invece, con un maggiore contenuto di THC, può essere venduta solo in farmacia rigorosamente sotto prescrizione medica. Ma parliamone e vediamo cosa si sa fino ad ora dei cannabinoidi.

I due cannabinoidi maggiormente presenti nella Cannabis sativa: CBD (cannabidiolo) con effetti positivi sulla salute umana e THC (tetraidrocannabinolo) la sostanza maggiormente psicoattiva nella pianta,

La Cannabis sativa contiene diversi composti, ma il Δ-tetrahydrocannabinol (THC) è quello con effetti psicotropi, ovvero capace di agire sulla mente. Il THC è stato identificato nel 1940, ma  è stato sintetizzato chimicamente, isolato e caratterizzato solo nel 1960. Ma la cannabis contiene oltre 60 cannabinoidi, e molti, come il cannabidiolo -CBD-, possono modulare l’effetto del THC.

I cannabinoidi sono molecole tipicamente lipofiliche, e inizialmente si pensava  che attraversassero semplicemente le membrane cellulari. Solo nel 1990 fu identificato il primo recettore per i cannabinoidi, ovvero la molecola che regola la loro azione sulle cellule.

Questi recettori, principalmente CB1 e CB2, sono coloro che vengono chiamati in causa quando nel nostro corpo entra una molecola di cannabinolo. Quindi quello che succede realmente dopo la stimolazione dipende dalla localizzazione dei recettori, i quali determinano le aree cerebrali che saranno più soggette alla somministrazione delle sostanze.

L’immagine mostra la similarità tra una molecola di Anandammide, a sx, normalmente presente nel nostro cervello, e una molecola di THC, il cannabinolo presente nella Cannabis terapeutica. E’ grazie a questa somiglianza che le due molecole possono interagire con gli stessi recettori per i cannabinoidi, costitutivamente espressi sulle nostre cellule neuronali.

Ma esistono anche endo-cannabinoidi, ovvero cannabinoidi che noi siamo in grado di autoprodurre, e che svolgono normalmente la loro funzione nel nostro corpo, legando anch’essi i recettori CB1 e CB2.  Il primo ad essere scoperto è l’anandamide, dove “ananda” significa “beatitudine interiore”, ed é la molecola presente anche nel cioccolato.

Quindi mai sottovalutare i poteri di una barretta di fondente!

La funzione principale degli  endocannabinoidi è di regolare la neurotrasmissione, essendo quindi capaci di influenzare diverse funzioni del nostro sistema nervoso. Alcune ricerche evidenziano come i cannabinoidi aumentino il rilascio di dopamina nel centro cerebrale della ricompensa.

Lo sviluppo dei neuroni, e di conseguenza la regolazione dei recettori CB1, segue delle fasi particolarmente delicate, specialmente durante l’infanzia e l’adolescenza, periodi in cui si ha un’alta plasticità sinaptica: ovvero la capacità dei neuroni di formarsi, creare connessioni e stabilizzarsi.  Per questo l’utilizzo cronico di Marijuana negli adolescenti è associato a disturbi cognitive e deficit della memoria a breve termine. D’altra parte pazienti con disturbi post-traumatici trovano nell’utilizzo di cannabis una cura abbastanza risolutiva.

E’ noto ormai che il THC produce effetti psicotropi rilevanti e chi ne fa uso puó avere esperienze di attacchi di panico, ansia e un aumento del battito cardiaco con iperventilazione. Ma d’altra parte il CBD è capace di regolare il metabolismo del THC.

Molti studi ad oggi mettono in luce l’utilità della cannabis nel trattare i sintomi grazie alla sue proprietá analgesiche e calmanti. Studi sperimentali evidenziano la sua utilità nel trattamento degli spasmi e del dolore in pazienti affetti da sclerosi multipla.

Altre indicazioni terapeutiche della cannabis riguardano il trattamento del glaucoma, grazie all’attivitá antispasmodica e analgesica, il trattamento dell’epilessia, come anticonvulsivante, e al trattamento della sindrome di Tourette, grazie alla stimolazione dell’appetito e all’effetto rilassante. 

Molto recente ed interessante è la scoperta di un ruolo neuroprotettivo del CBD, capace di stimolare la produzione di BDNF ovvero fattore neurotrofico, cioè responsabile della rigenerazione e crescita dei neuroni.

Inoltre, molte ricerche stanno cercando altre applicazioni per la cannabis, come il trattamento di malattie neurologiche, ad esempio Parkinson e Alzheimer, o la Corea di Huntinghton, associata ad una disregolazione nella presenza di recettori CB1 nel nucleo striato.

Gli ostacoli nell’accertamento degli effetti della cannabis risiedono nel trovare un modello animale adatto a studiare gli effetti psicotropi dei cannabinoidi.

C’è da sottolineare che gli ansiolitici ad oggi disponibili sul mercato, che fanno concorrenza alla cannabis sono farmaci, ovviamente, con effetti psicotropi. Le benzodiazepine per esempio, che vengono somministrate come psicofarmaci, si legano ai recettori del GABA, un neurotrasmettitore, limitandone l’azione, e non sono prive di effetti collaterali.

Mentre i farmaci per curare il dolore cronico  sono maggiormente analgesici oppioidi (detti anche narcotici), e appartengono a questa classe di farmaci la morfina, il metadone e la codeina, tutte molecole che agiscono legandosi a recettori presenti nel cervello e bloccando così la sensazione di dolore.

Quindi, sebbene la lotta alla droga illegale sia buona e giusta, è bene definire cosa è droga e cosa no. La cannabis light, o depotenziata, costituisce una via interessante per la scoperta di nuovi approcci terapeutici. Senza contare inoltre i vantaggi nella coltivazione della cannabis: ottima per il mantenimento dei terreni, e il suo utilizzo come materiale tessile e non solo.

É inoltre importante ricordate che nessun caso di morte da overdose di cannabis è stato riportato fino ad ora.

Man mano che studiamo le proprietá biologiche e farmacologiche della cannabis, diverse varietá di questa pianta potrebbero rivelarsi ottime candidate come fornitrici di nuovi farmaci contro alcune malattie.

Qualunque sia il futuro, ci sono ancora molte sfide da superare prima di poter considerare i cannabinoidi come farmaci. Ma le questioni sono due: prima di tutto non sarebbe un evento strano che un farmaco rivoluzionario venga estratto da una pianta (vedesi morfina, antidolorifico, e chinina, antimalarico); secondo, proibirla e bandirla non è di certo la soluzione migliore.

Fonti:

Carlini, E. A. (2004). The good and the bad effects of (−) trans-delta-9-tetrahydrocannabinol (Δ9-THC) on humans. Toxicon, 44(4), 461-467.

Baker, D., Pryce, G., Giovannoni, G., & Thompson, A. J. (2003). The therapeutic potential of cannabis. The Lancet Neurology, 2(5), 291-298.

PARTNER: NUOVI STUDI SULLA TRASMISSIBILITÀ DELL’HIV

Di Carolina C.

“Undectable equals untransmittable, U =U”, ovvero non rilevabile  quindi non trasmissibile. Dopo 40 anni dal primo caso di infezione da HIV (Human Immunodeficiency Virus, agente eziologico dell’AIDS)  si è giunti a questa, apparentemente semplice, conclusione: se il ciclo replicativo del virus dell’HIV   viene bloccato questo non si moltiplica, non circola e di conseguenza non può infettare nuove cellule e nuovi soggetti.

Nel 2014 un primo studio denominato PARTNER1 aveva  già chiaramente dimostrato la tesi della “U=U” ma riguardava prevalentemente coppie eterosessuali.

Recentemente è stato invece pubblicato  sulla rivista Lancet il seguito di questo studio, PARTNER2,  in cui sono state incluse coppie omosessuali con lo scopo di ottenere una stima precisa del rischio di trasmissibilità del virus in coppie omosessuali in cui un partner è sieropositivo e l’altro sieronegativo.

In entrambi gli studi le coppie praticavano sesso non protetto ed il soggetto sieropositivo era costantemente sotto terapia ART, una terapia antiretrovirale che blocca in più punti il ciclo replicativo del virus. Questa terapia, già in uso dagli anni 90, blocca il progresso dell’infezione ma non riesce ad eliminare il virus latente.


Immagine: le diverse fasi di progressione dell’infezione di Hiv. Ad una fase acuta di infezione in cui si ha una veloce replicazione del virus, segue un periodo di infezione cronica in cui c’ una minor presenza di virus che può protrarsi per decenni, in questo caso si ha un equilibrio tra sistema immunitario e HIV. Quando il sistema immunitario è troppo compromesso si ha l’insorgere di malattie e quindi AIDS. (Foto via AIDSinfo.nih.gov)

In questo modo la carica virale, ovvero la quantità del  virus in circolo, viene abbassata drasticamente riducendo così il rischio di infezione.   
Nello studio PARTNER2, le coppie sono state seguite mediamente per due anni controllando la carica virale del soggetto sieropositivo e lo stato sierologico del soggetto negativo per HIV dal tempo 0.

La conclusione di questo studio è uguale a quella del precedente: la terapia ART, se seguita costantemente, abbassa a 0 il rischio di infezione per i soggetti sieropositivi anche in caso di sesso non protetto poiché mantiene a livelli bassissimi la carica virale dell’HIV (limite < 200 copie di RNA virale per ml in circolo), dimostrando nuovamente il concetto della U=U.

I pazienti sieronegativi che durante lo studio sono diventati positivi per l’HIV hanno riportato di aver avuto rapporti con altri soggetti, esterni alla coppia, ed il ceppo virale da cui sono stati infettati è risultato diverso da quello del compagno sieropositivo con cui si erano iscritti allo studio. Questo ultimo dato è stato ottenuto sequenziando i due geni chiave della replicazione dell’HIV “rev” e “pol”, le loro sequenze, infatti, sono specifiche per ciascun virus un po’ come le nostre impronte digitali che sono specifiche per ciascun individuo.

L’HIV sta per essere sconfitto definitivamente ma non dobbiamo sottovalutarlo poiché come tutti i virus muta. Inoltre ricordiamo che il preservativo non protegge soltanto dall’HIV;, esistono, infatti, numerose malattie sessualmente trasmissibile ugualmente pericolose che non devono essere assolutamente sottovalutate.

fonti: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(19)30418-0/fulltext?dgcid=raven_jbs_etoc_email

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