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Il 5G spiegato da chi ci lavora

Ultimamente si sta parlando del 5G, con un interesse sempre crescente da parte dei cittadini di conoscere la natura, le opportunità e i rischi di questa nuova generazione delle telecomunicazioni.

Per raccogliere queste informazioni siamo “andati direttamente alla fonte” intervistando chi sta studiando e lavorando in questo campo.

Abbiamo quindi intervistato, col nostro redattore Francesco Marino, il Prof. Vittorio degli Esposti (autore di oltre 120 articoli scientifici peer-reviewed nei settori dell’Elettromagnetismo Applicato, Propagazione Radio e Sistemi Wireless) e la Ricercatrice Marina Barbiroli (titolare del corso di “Compatibilità elettromagnetica” e specializzata in modelli di previsione di campo elettromagnetico, criteri di pianificazione per sistemi radio, e valutazione dei livelli di campo per il controllo dell’inquinamento elettromagnetico) dell’Università di Bologna.

Il Prof. Vittorio Degli Esposti e la Ricercatrice Marina Barbiroli

Cosa si intende come tecnologia 5G? 

[Vittorio] Più che una tecnologia è uno standard per i sistemi radiomobili cellulari e ne rappresenta la quinta generazione, che segue la quarta rappresentata dallo standard LTE (Long Term Evolution).

Gli standard sono necessari per permettere a infrastrutture e terminali mobili di diversi produttori di esser compatibili e comunicare fra loro.

Come i precedenti, lo standard 5G è stato sviluppato dalla comunità scientifica e dalle associazioni di industrie del settore e in particolare dall’associazione industriale 3GPP [1].

Quali necessità o opportunità stanno spingendo verso questa nuova generazione delle telecomunicazioni?

Come in tutti i settori, il progresso avanza e, se da un lato c’è necessità di una sempre maggiore velocità e qualità del collegamento (in particolare per il trasferimento di contenuti multimediali per gli utenti umani, la realtà aumentata e l’alta definizione) dall’altra c’è una grande esigenza di connessione in rete di apparecchi e dispositivi come elettrodomestici, sistemi di domotica, sensori, veicoli, macchine in ambiente industriale, eccetera: il cosiddetto “internet delle cose”. Per alcune di queste applicazioni c’è la necessità di rispettare requisiti molto stringenti in termini di “tempo di reazione” (latenza) e affidabilità: è il caso ad esempio dei collegamenti per la guida autonoma o la e-health).

Nel prossimo futuro il numero di oggetti e dispositivi connessi tramite la rete radiomobile supererà il numero di terminali utente (telefonini, tablets ecc.), e la rete del futuro deve essere in grado di fare fronte a questo aumento di connessioni e a queste nuove esigenze. Va detto che, se il numero di connessioni aumenterà, la potenza di trasmissione in molte di esse diminuirà rispetto agli attuali standard.

Applicazioni del 5G – https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/towards-5g

Quali sono le differenze principali del 5G rispetto alle generazioni precedenti? 

[Vittorio] Le principali novità sono tre

  1. una maggiore velocità di trasmissione (fino ai Giga-bit al secondo) che consente il trasferimento di contenuti dati e multimediali in tempi più brevi 
  2. maggiore velocità di risposta nell’instaurare la connessione (latenza) che consente applicazioni in tempo reale in ambito industriale e di controllo veicolare
  3. infine la maggiore capacità di gestire un’elevata densità di connessioni per l’internet delle cose

Al fine di realizzare le prestazioni sopra descritte la rete 5G farà uso di nuove bande per la trasmissione, sia a frequenze simili a quelle tradizionali (al di sotto di 6 GHz) sia a frequenze più elevate, nella banda delle onde millimetriche. 

In Italia, come in moltissimi altri paesi dell’UE e anche extra UE, le frequenze licenziate per i sistemi 5G sono nella banda a 700 MHz, nella banda a 3.6 GHz e nella banda a 27 GHz. 

Inoltre la rete 5G farà uso di tecniche software e di rete per dare flessibilità e riconfigurabilità alla rete, ed infine di tecniche di trasmissione con multiple antenne in trasmissione e in ricezione, le cosiddette tecniche MIMO (Multiple-Input Multiple-Output), per migliorare la qualità della comunicazione e la velocità di trasmissione minimizzando la potenza utilizzata.

L’Università di Bologna come sta supportando le fasi di ricerca, sviluppo ed implementazione del 5G?

[Vittorio] L’Università di Bologna tramite molti dei suoi gruppi di ricerca ha contribuito indirettamente alla realizzazione delle tecnologie sia hardware sia software utilizzate dallo standard 5G. 

Inoltre ha anche contribuito direttamente con la partecipazione a progetti e associazioni che hanno supportato la definizione dello standard 5G, come ad esempio le associazioni 3GPP e 5G-PPP.

Argomento salute: ad ogni innovazione nell’ambito delle telecomunicazioni si riapre il dibattito degli impatti dei segnali radio sugli organismi viventi ed in particolare sul corpo umano: quali sono ad oggi le evidenze scientifiche sulle attuali e passate tecnologie?

[Vittorio] Allo stato attuale gli effetti dimostrati sono gli effetti termici, cioè il fatto che l’esposizione alle onde radio provoca riscaldamento dei tessuti umani, in particolare in misura variabile a seconda del tipo di tessuto. 

Tali effetti potrebbero provocare alcune patologie (es la cataratta precoce negli anziani). Sebbene alcuni studi abbiano evidenziato una possibile correlazione con alcuni tumori, tali studi non sono stati confermati da altri studi indipendenti in sede internazionale. 

La conclusione ufficiale della comunità scientifica nel suo complesso allo stato attuale è che non ci sono evidenze di effetti non-termici sulla salute umana dovuti all’esposizione a campi elettromagnetici (che includono le onde radio n.d.r.) di basso livello [2]

Classificazione dei Campi Elettromagnetici
https://www.who.int/peh-emf/about/emf_brochure_webversion.pdf?ua=1

Il fatto che milioni di persone ormai da più di 15 anni utilizzino quotidianamente dispositivi radiomobili, ma che gli studi epidemiologici non abbiano confermato un aumento di patologie correlate fa concludere che eventuali effetti negativi “non-termici” dell’esposizione alle onde radio, qualora presenti, dovrebbero essere molto blandi rispetto agli effetti di altri agenti di dimostrata pericolosità, quali ad esempio l’inquinamento atmosferico. 

[Marina] Un altro aspetto importante da sottolineare è che studi sull’interazione tra campi elettromagnetici e sistemi biologici sono in atto dagli anni ‘60 (introduzione del servizio televisivo)  del secolo scorso e il loro numero è notevolmente aumentato a partire dagli anni ‘90 con l’avvento della telefonia mobile;

Ad oggi sono stati pubblicate 28,455 pubblicazioni scientifiche e 6,360 sommari di studi scientifici individuali, tutti  sugli effetti dei campi elettromagnetici [3]

Questo a sottolineare che il campo elettromagnetico a diverse frequenze è un agente fisico che è stato studiato in maniera estremamente estensiva, come nessun altro agente fisico, e per un intervallo temporale molto esteso;  il risultato complessivo è che l’identificazione di eventuali effetti nocivi dell’esposizione a campi elettromagnetici a radiofrequenza (RF), a livelli inferiori alle linee-guida sull’esposizione (che proteggono da noti effetti termici a breve termine), non è ad oggi dimostrata.

Tra le principali preoccupazioni per il 5G una riguarda la banda di lavoro ad alta frequenza (ad esempio 3 GHz) facilmente associabile a quelle tipiche del forno a microonde

[Vittorio] La banda di lavoro del microonde (2.45 GHz) è già da tempo quasi sovrapposta a quella dei sistemi WIFI diffusi in ogni dove. Tale banda accentua gli effetti termici (riscaldamento) perché corrisponde alla risonanza di alcune molecole presenti nei cibi, in particolare la molecola d’acqua. Le potenze dei trasmettitori WIFI però è dell’ordine dei milli-Watt mentre quella dei forni a microonde del kilo-Watt, c’è quindi una differenza di quasi 1 milione di volte!

Un altro elemento percepito con diffidenza è il crescente numero di antenne, considerando anche quelle degli oggetti connessi (ad esempio nello scenario domotico), lasciando pensare ad una maggiore esposizione dei campi elettromagnetici

[Vittorio] L’esposizione umana è in minima parte dovuta ai trasmettitori degli oggetti o delle stazioni base, e determinata soprattutto dall’uso dei terminali utente vicino al corpo umano, come nel caso del telefono all’orecchio o davanti al viso. Il campo prodotto cala esponenzialmente (con esponente 2 o più) con la distanza, quindi già a 1-2 metri è trascurabile rispetto al campo vicino. Di conseguenza il livello di esposizione è soprattutto determinato dall’uso ravvicinato dei terminali personali e dalla potenza degli stessi (che nei futuri sistemi diminuirà), non tanto dalla presenza di emettitori nell’ambiente. Ciò non toglie che si dovrà continuare a monitorare il livello di campo negli ambienti abitati, per evidenziare eventuali situazioni che superino i limiti di legge, come è stato fatto finora grazie al lavoro delle agenzie ARPA regionali. 

[Marina] Arpa è infatti l’agenzia locale preposta al controllo del rispetto dei limiti di esposizione ai campi elettromagnetici e negli ultimi 15 anni ha effettuato un monitoraggio continuo dei livelli di campo nelle città, come si può evincere consultando il sito di Arpa stessa [4].

Ogni tanto emergono studi indipendenti che denunciano il rischio di cancro negli organismi viventi (ad esempio l’istituto Ramazzini)

[Vittorio] Sono a conoscenza di studi che hanno evidenziato possibili correlazioni, ma non basta uno studio, occorre che sia confermato da altri studi indipendenti. 

[Marina] Inoltre le frequenze, le tempistiche e soprattutto le potenze di esposizione dello studio che Lei cita sono assolutamente non correlabili alle esposizioni generate dalla telefonia cellulare e quindi assolutamente inutilizzabili in questo contesto.

Un altro argomento che spesso viene sollevato è l’allarme sottoscritto da 180 scienziati

[Marina] L’iniziativa a cui si riferisce è Bioinitiative Report, un’iniziativa di 14 scienziati del 2007, che ha avuto degli aggiornamenti fino al 2012, ma che è stata rivista dai seguenti organismi internazionali: Health Council of the Netherlands, Australian Centre for Radiofrequency Bioeffects Research (ACRBR), European Commission’s EMF-NET, Institute of Electrical and Electronics Engineers (IEEE) Committee on Man and Radiation (COMAR), German Federal Office for Radiation Protection, French Agency for Environmental and Occupational Health Safety, Indian Council of Medical Research, che ne hanno sottolineato le grandi criticità.

Un’altra preoccupazione riguarda l’elettrosensibilità – la possibile connessione tra una serie di sintomi e la presenza di campi elettromagnetici

[Marina] Sulle connessioni tra i sintomi di ipersensibilità e l’esposizione a campi elettromagnetici è stata effettuata una serie di studi sperimentali (dal sito [3] risultano complessivamente 394 articoli),  la maggior parte dei quali (specialmente in doppio cieco) non ha rilevato una relazione causa-effetto tra sintomi ed esposizione ai campi elettromagnetici.

Gli studi in doppio cieco sono studi scientifici tesi a valutare le effettive azioni di un dato agente fisico (nel caso i campi elettromagnetici) non fornendo ai due protagonisti dello studio (i casi, ovvero i soggetti ipersensibili, e i controlli, i soggetti non ipersensibili) le informazioni fondamentali sull’esposizione.

Per quanto riguarda lo studio della presunta ipersensibilità i casi e i controlli sono stati esposti a campi elettromagnetici senza sapere né la durata né il momento dell’esposizione; le risposte fornite dai due gruppi non hanno mostrato evidenza che i soggetti ipersensibili siano in grado di percepire il campo elettromagnetico più che i soggetti non ipersensibili (le cui risposte al questionario erano completamente casuali).”

Il parere della comunità scientifica si può inoltre ritrovare nel promemoria n.296 del 2005 dell’OMS [5]  che riconosce la sintomatologia ma che non vi è nessuna indicazione che una riduzione dei limiti di esposizione accettati internazionalmente ridurrebbe la prevalenza dei sintomi attribuiti a campi elettromagnetici.

Il principio di precauzione quanto può essere vincolante e quanto in questo caso è significativamente rassicurante?

[Vittorio] Il Principio di Precauzione (PP) è condivisibile. Si applica però qualora una nuova tecnologia porti ad un sensibile aumento dell’esposizione a un certo agente. 

E’ il caso per esempio della tecnologia diesel nelle automobili che nel passato ha provocato un notevole aumento delle polveri, in cui però il principio di precauzione non è stato applicato, se non tardivamente, per adottare opportune contromisure. 

[Marina] In particolare il principio di precauzione può essere invocato solo quando sono soddisfatte le tre seguenti condizioni preliminari: 

  • identificazione degli effetti potenzialmente negativi, 
  • valutazione dei dati scientifici disponibili e 
  • valutazione del grado di incertezza scientifica

Nel caso dei campi elettromagnetici nessuna delle tre precedenti condizioni possono dirsi soddisfatte. Inoltre ci sono tutta una serie di misure per i decisori da adottare al fine di avvalorare il PP e senza le quali il PP perde di validità, tra cui:

  • finanziamento di programmi di ricerca 
  • Informare il pubblico sulle misure di sicurezza supplementari 
  • Implementazione di valori limite speciali

Nessuna di tali azioni è stata intrapresa dai decisori italiani al fine di avvalorare e sostenere il citato PP.

[Vittorio] Come evidenziato in precedenza i sistemi 5G non porteranno necessariamente ad un aumento dell’esposizione alle onde radio. Un terminale che in un certo momento utilizza per una certa connessione il 5G non utilizza il 4G o il 3G, e quindi probabilmente emette minori livelli di campo. 

Un collegamento dati tra “cose” anziché fra “umani” provoca minore esposizione per questi ultimi. Infine un collegamento che utilizza onde millimetriche anziché le frequenze tradizionali, probabilmente provocherà minori effetti ai tessuti umani, perché al crescere della frequenza diminuisce la capacità di penetrazione nei tessuti, e gli eventuali effetti si limiteranno a uno strato di cute più superficiale.

Vi ringrazio per le vostre risposte, buon proseguimento e buon lavoro!

link e approfondimenti

[1] Third Generation Partnership Project https://www.3gpp.org/

[2] Sezione dell’EMF project sul Organizzazione Mondiale della sanità https://www.who.int/peh-emf/project/en/

[3] EMF portal https://www.emf-portal.org/en

[4] Sito dell’ARPA ER dedicato all’inquinamento elettromagnetico https://www.arpae.it/dettaglio_generale.asp?id=2618&idlivello=1534

[5] Promemoria dell’OMS sull’elettrosensibilità https://www.who.int/peh-emf/publications/facts/ehs_fs_296_italian(2).pdf?ua=1

A scuola di robot: come nasce una passione

Siamo felici di essere entrati in contatto con Valeria Cagnina: maker, blogger e giovanissima insegnante di robotica.

 

 

[Domandando a Valeria] Ti descrivi anche come “un Whynotter, non uno Yesbutter”, cosa intendi con queste due espressioni?

Il mio motto è “Sono un Whynotter e non un Yesbutter”, ossia sono un ‘perché no?’ e non un ‘si, ma…’. Mi piace sempre interrogarmi, farmi domande e soprattutto perché non mi faccio fermare da un semplice no o da quelle classiche affermazione fatte dai grandi “è così e basta!” oppure ‘sei troppo piccola’. Mi piace sempre analizzare ogni situazione, per trarne il meglio e davanti agli ostacoli che non si possono disintegrare, cercare il modo per raggirarli e riuscire a raggiungere quello che sembra impossibile.

 

Raccontaci qualcosa del tuo percorso formativo, i momenti e le scelte che ritieni più importanti

Il mio percorso formativo è completamente fuori standard. Dal punto di vista della scuola ‘normale’, il mio rapporto con la scuola pubblica non è mai stato idilliaco, ma fino alla 4° andavo a scuola normalmente e facevo fuori dalla scuola le cose che mi interessavano.

Ho finito la 4° e darò la maturità da privatista: pur avendo ottimi voti la preside mi ha detto che se non abbandonerò tutto quello che faccio e rimarrò in una decina di giorni di assenza come gli altri, non mi ammetteranno all’esame. Da qui la scelta obbligata.

La scuola pubblica mediamente non è pronta a gestire chi non si adegua, chi non si appiattisce,… si trincera dietro la burocrazia anche quando la legge dice altro. Non ha mai digerito il mio essere arrivata al MIT di Boston a 15 anni o aver fondato la nostra scuola (mia e di Francesco Baldassarre, il mio socio) a 16 anni..

L’ambiente scolastico mi è sempre stato un po’ stretto perché troppo indietro e completamente scollato dal mondo reale, ho sempre trovato ostruzionismo alle mie attività extrascolastiche, da un lato per via delle tante assenze, dall’altro per la frustrazione presente in questi ambienti. Il fatto che io abbia sempre avuto ottimi voti non bastava: alla fine della 4° ho anche passato i test di ammissione al Politecnico di Milano alla Facoltà di Ingegneria.

Il resto della mia formazione invece… è avvenuto online. Oggi bastano un computer ed una connessione per cambiare la propria vita. Io arrivo da una piccola città di provincia dove il web è ancora visto oggi come l’uomo nero, fortunatamente però a casa mi hanno sempre lasciato libero accesso al web e device e questo mi ha permesso di aprirmi al mondo.

Le risorse online presenti oggi nel mondo sono infinite e tantissime sono gratuite: basti pensare ai corsi del MIT di Boston! Ho sempre guardato, studiato, esplorato e poi mettevo in pratica quello che imparavo nella vita di tutti i giorni, così ho maturato che le mie due grandi passioni sono la robotica e l’education. Da lì a metterle insieme, dopo aver visto Boston, il passo è stato breve e un anno dopo l’azienda cresceva sempre di più e così Francesco ed io siamo diventati soci.

 

Com’è nata la passione per la robotica?

A 11 anni mi piacevano la chimica e l’informatica. La chimica potevo sperimentarla un po’ anche ad Alessandria, la città in cui vivo, l’informatica no. Avendo sempre avuto libero accesso al web, alla rete e ai computer di casa, a differenza dei miei coetanei, navigando ho scoperto il Coderdojo Milano ed è stato amore a prima vista: tutti i sabati e tutte le domeniche mi facevo portare a Milano per questi incontri di programmazione. Lì un giorno scopro una pianta digitale realizzata con Arduino che rilevava la temperatura e ‘appassiva’ se c’era poca umidità, sentiva i suoni e ‘stava male’ se veniva lasciata da sola. Mi sono fatta comprare lo starter kit di Arduino e da sola, davanti ai video di Youtube (all’epoca solo in inglese) ho fatto tutti i progetti iniziali e ho costruito il mio primo robot in grado di muoversi da solo per la stanza ed evitare gli ostacoli. Pensavo fosse una cosa semplice, normale per tutti i ragazzi della mia età, ma ben presto ho scoperto che non era così!

 

Cosa motiva il tuo hobby e i tuoi sforzi?

Ora la robotica è diventata molto di più di hobby, è un vero e proprio lavoro [Occhiolino]

L’essere appassionati a qualcosa ti permette di arrivare veramente ovunque, perché ogni cosa la vivi in maniera positiva e, se credi veramente in un progetto, non ti fermi mai davanti agli ostacoli, pensi sempre che ‘niente è impossibile’ e una soluzione ‘creativa’ la trovi sempre oltre a non sentire la fatica.

Per me non esiste divisione tra lavoro e vita privata, tutto si incastra e si amalgama: fa’ ciò che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita. Per me è così: ci vuole coraggio, determinazione, voglia di fare e di mettersi in gioco, ma i risultati raggiunti ripagheranno di ogni sforzo.

 

La fantascienza o altri elementi hanno alimentato questa passione? hai qualche film o libro che ti hanno ispirata?

Film e tv non ne guardo molti. Ho sempre viaggiato fin da quando ero piccola, sia realmente che con la fantasia e continuo a farlo oggi. I viaggi reali sono sicuramente stati di ispirazione tanto nelle parti più tech del mondo come in quelle più povere. Il viaggiare con la fantasia mi aiuta invece molto oggi nella parte ‘non solo tech’ della nostra scuola.

Non c’è quindi cosa particolare a cui mi sono ispirata, ho sempre preso ispirazione da tante persone in giro per il mondo, anche in ambienti diversi, che mi colpivano per qualche motivo.

Se devo pensare a un personaggio famoso mi viene in mente Bebe Vio con la sua determinazione nel superare tutti gli ostacoli o a Luca Parmitano che con la sua tenacia ha raggiunto la stazione spaziale. Però mi piace ispirarmi anche a persone più vicine a me, come alla mia allenatrice di ginnastica ritmica che mi ha insegnato il ‘Vietato dire non ce la faccio’ e soprattutto a non arrendermi.

 

Com’è nata la tua scuola? a chi si rivolge?

A 15 anni sono stata al MIT di Boston come Senior Tester nel progetto Duckietown.

Ho passato l’intera estate a Boston per realizzare un robot autonomo in grado di muoversi per una città in miniatura e grazie alla sua telecamera leggere cartelli stradali, semafori, evitare pedoni e altri veicoli, fermarsi agli incroci. Costruendo il robot dovevo semplificare i tutorial a livello universitario e renderli accessibili anche ai ragazzi delle superiori.

Ovviamente in 3 mesi al MIT ho girato tantissimi dipartimenti, ho incontrato persone, ho fatto domande,… ma soprattutto lì ho scoperto che i maggiori cervelli della terra, fanno le cose più difficili che riusciamo ad immaginare, ma sempre divertendosi tantissimo. Così ho chiuso il cerchio con quello che vivevo io a scuola e ho trovato l’anello mancante: ho capito che l’istruzione può essere divertente e che si può imparare giocando.

Appena sono tornata in Italia ho cominciato a fare semplici lezioni di robotica a qualche bambino seguendo questo metodo che si stava formando sempre di più nella mia testa. In pochissimo tempo le richieste sono aumentate in maniera esponenziale e a 16 anni ho aperto la mia scuola di robotica. Questa scuola oggi è sempre più grande, ho un team di una decina di insegnanti che ci aiutano e un socio, Francesco, che ha lasciato il suo lavoro a tempo indeterminato per inseguire le sue passioni. La nostra scuola si rivolge a bambini a partire dai 3 anni fino ad arrivare a ragazzi, adulti, insegnanti (con corsi certificati MIUR) e aziende e manager in ogni parte del mondo. Tutte le nostre attività possono essere svolte sia in italiano che in inglese.

 

Normalmente si associa la programmazione a qualcosa di difficile o noioso, cosa risponderesti a chi nutre questi dubbi?

Ogni cosa può essere noiosa o divertente, alienante o coinvolgente, dipende sempre tutto da chi te la insegna e soprattutto dal come ti viene trasmessa.

La programmazione, la robotica come mille altri campi se fatti in maniera standard su un banco di scuola con un professore che spiega formule e numeri sono noiosissime, ma se fatta con il nostro metodo, giocando, divertendosi, senza lezioni frontali, ma facendo scoprire direttamente ai Dreamers (i partecipanti alle nostre attività) ogni nuova competenza, diventa tutto più semplice e divertente. Tieni poi presente che noi non vogliamo trasmettere robotica e coding: noi utilizziamo la robotica, che è la nostra passione, per trasmettere un approccio al mondo diverso e invogliare i Dreamers a scoprire, coltivare ed inseguire le proprie passioni. E’ questa la cosa principale!

 

è una strada che può coinvolgere tutti, indipendentemente dall’età o dal genere?

Certo! La robotica e la programmazione si possono cominciare a qualsiasi età, da bambini e da adulti e, anche se in molti (e troppi genitori!) pensano il contrario, non sono attività solo per maschi! Chiunque può avventurarsi in questo mondo e scoprire cosa più gli piace. Non bisogna mai farsi fermare dai classici stereotipi tipici italiani a cui siamo sottoposti ogni giorno. Tutti hanno le carte in regola per inseguire le proprie passioni e fare della propria vita ciò che si vuole. Non fatevi fermare da chi avete intorno e vi dice il contrario! Ricordatevi sempre che niente è impossibile!

 

Dal sito www.valeriacagnina.tech e possibile trovare anche le 10 regole, ce n’è qualcuna che senti di raccomandare più di altre?

Ovviamente la regola più importante è la prima “Niente è impossibile”, con questa convinzione si può raggiungere qualsiasi obiettivo, ma soprattutto credere questo ti permette di sognare sempre più in grande! Noi vietiamo ai Dreamers frasi come ‘non ce la faccio’ o ‘non sono capace’. Insegniamo loro a dire: devo ancora imparare. Non ce la faccio è solo un blocco mentale per convincerci ad arrenderci!

Ogni regola poi è fondamentale e tutte insieme formano a 360 gradi la filosofia della nostra scuola e ci permettono di essere completamente diversi, con un metodo educativo che mette al centro i Dreamers e il gioco.

 

Dalla tua formazione e interventi emergono due competenze in particolare, l’inglese e la programmazione.

Competenze che nel mondo di oggi diventano sempre più centrali: quale parte attiva possono avere i tuoi coetanei, i genitori e la scuola per contribuire a potenziare questi aspetti?

La parte fondamentale per genitori e scuola è quella di trasmettere l’importanza dell’utilizzo della tecnologia senza paura. In questo modo si acquisiscono in maniera naturale sia le hard skills necessarie al mondo del lavoro, sia le soft skills che permetteranno un futuro da protagonista. L’inglese invece oggi è un must imprescindibile che chiunque, in qualsiasi parte del mondo, deve conoscere da madrelingua. Viviamo in mondo in cui non si lavora solo nel proprio piccolo contesto, ma con il mondo…sapere l’inglese ti permette di avere più possibilità, di accedere a più opportunità, di confrontarti e contaminarti… non bastano le nostre quattro frasi fatte che si imparano a scuola!

 

La scuola è stata un passo, quali sono i prossimi programmi per il futuro?

Ovviamente i passi, progetti e sogni sono tantissimi, sia a breve che a lungo termine!

Francesco ed io nell’immediato (già a partire dall’inizio del prossimo anno) abbiamo in mente di creare una rete di Ambassador, persone che vogliano abbracciare la nostra filosofia di scuola e di educazione e replicare i corsi con il nostro metodo educativo nelle diverse realtà italiane, soprattutto nelle piccole realtà provinciali dove le opportunità sono minori. Vorremmo diffondere a macchia d’olio le nostre 10 regole per stravolgere l’education come la conosciamo oggi.

Nel medio e lungo termine l’idea, ancora più ambiziosa, è quella di creare, all’interno dell’azienda, un vero e proprio reparto di ricerca e sviluppo per ideare e costruire strumentazioni robotiche pensate ad hoc per le nostre attività e che siano ovviamente a misura di bambino.

 

I media o le realtà associative (tra cui la nostra) in che modo possono contribuire al vostro progetto?

Attraverso l’unico modo in cui è possibile l’innovazione, quella vera: attraverso il contagio. Non importa se online o offline: parliamo di cosa capita a Boston e fuori dai confini, raccontiamo che l’education può essere divertente e che non c’è niente di più bello che imparare tutta la vita. Diffondiamo le nostre 10 regole, contattateci per eventi, laboratori, corsi e incontri dove arriviamo con i nostri speech motivazionali a raccontare queste cose o a far provare e toccare con mano il learn by doing e soprattutto, credendo sempre che niente è impossibile. Con impegno, determinazione e duro lavoro si arriva dove si vuole, ricordandovi sempre che solo sul dizionario successo viene prima di sudore!

 

Complimenti per la grinta e auguri per il vostro progetto www.valeriacagnina.tech!

[FM]

 

Plastiche e Bioplastiche: un sacco di problemi!

di S. Manfredini e F. Marino

Si parla tanto, in questi primi giorni del 2018, di sacchetti di plastica e plastica biodegradabile.

Vediamo di approfondire un po’ il tema della plastica, dell’impatto ambientale, delle bioplastiche e delle nuove norme per la loro introduzione.

 

La plastica

La plastica è un materiale organico costituito da lunghe catene (dette polimeri) di molecole semplici, le quali ne costituiscono l’unità base. A seconda della molecola che costituisce queste catene abbiamo varie tipologie di plastica, con differenti proprietà chimiche e meccaniche.

Se prendiamo in considerazione i discussi e ormai scomparsi sacchetti di plastica sottile tipici del reparto ortofrutticolo vedremo che essi sono costituiti da un sottile film di PoliEtilene, indicato con il simbolo “PE” oppure con il numero “02” (che specifica che il polietilene è “ad alta densità”, a differenza di quello indicato con il numero “04” che invece è a bassa densità e ha una consistenza più “morbida”.

Il polietilene è la più semplice e diffusa delle materie plastiche essendo costituita – lo dice il nome stesso – da ripetizioni di (-C2H4-)n, ottenute in un processo di polimerizzazione a partire dall’etilene, a sua volta un derivato del petrolio.

Questo tipo di plastica, economica e versatile, trova impiego in numerosissimi oggetti e prodotti di uso quotidiano, dai flaconi alle taniche, ai giocattoli, ai tubi, ai mobili da esterno.

Il PE, insieme al PoliPropilene (PP), PoliEtilene Tereftalato (PET) e Cloruro di PoliVinile (PVC) – che insieme costituiscono la stragrande maggioranza delle plastiche in commercio- sono facilmente riciclabili: il riciclo prevede la raccolta e suddivisione per tipo (e talvolta colore) dei materiali. Successivamente, le plastiche vengono purificate da materiali contaminanti, fuse e nuovamente estruse in pellet per permetterne il riutilizzo.

 

L’impatto sull’ambiente

La plastica è uno dei materiali più utilizzati nel mondo, si stima che la produzione mondiale sia attualmente pari a quasi 300 milioni di tonnellate annue.

Quasi il 40% di questa produzione è costituita da PE [1]. Molta plastica tuttavia non viene riciclata (o distrutta) ma viene invece dispersa nell’ambiente: si stima che ogni anno 8 milioni di tonnellate di materie plastiche siano disperse negli oceani.

Secondo un rapporto dell’UNEP (Programma Nazioni Unite per l’Ambiente) del 2009, la percentuale di sacchetti di plastica sul totale dei rifiuti in mare corrisponde all’8,5% – subito dopo le bottiglie di plastica (9,8%).

Fonte immagine: commons.wikimedia.org/wiki/File:1682478-poster-1280-plasticbags.jpg

Le plastiche sono resistenti e in natura possono impiegare dai 100 ai 600 anni per essere totalmente degradate (principalmente ad opera dei raggi UV provenienti dal Sole).

Nel frattempo però l’azione meccanica tende a frammentare i rifiuti in particelle di dimensioni inferiori al millimetro: queste particelle possono facilmente entrare nella catena alimentare e inquinare tutto l’ecosistema marino e non.

L’impatto ambientale di questo tipi di rifiuti si può anche tradurre sia come pericolo di ingestione da parte degli animali marini, sia come possibile rilascio di sostanze pericolose, inquinando l’acqua e sedimentando sul fondo (con successivo annientamento degli organismi che vi vivono) [2]; non ultimo, la contaminazione di queste sostanza, entrando nella catena alimentare, costituisce un rischio anche per la salute umana.

 

Biodegradabile o Bioplastica?

Con il termine bioplastiche si può intendere una famiglia di prodotti che soddisfi la caratteristica di biodegradabilità (processo chimico con cui l’ambiente riesce a convertire il materiale in sotto-sostanze come acqua, anidride carbonica e compost) o biobased (ovvero prodotta da materiali rinnovabili o biomasse quali sostanze vegetali/cellulose) [3].

Fonte immagine: european-bioplastics.org/bioplastics/

I requisiti che le nuove buste devono soddisfare sono descritti nella norma europea EN 13432:2002 (entrata in vigore col decreto italiano a inizio 2018) [4] e definiscono anche il tempo massimo con cui il materiale deve degradarsi (almeno il 90% entro 6 mesi, diversamente dalle centinaia di anni menzionate prima)[5]

Oltre a ridurre gli impatti già descritti delle plastiche ottenute con combustibili fossili, ulteriori vantaggi che si possono annoverare sono la riduzione di emissione di gas serra grazie a un minor uso e spreco di combustibili fossili.

 

Riconoscere i sacchetti giusti

A garanzia del consumatore, come tutti i prodotti conformi ad uno standard, anche i sacchetti riportano dei loghi di certificazione.

Lega Ambiente ha avviato la campagna “#UnSaccoGiusto” per sensibilizzare sul riconoscimento dei sacchetti usati da un supermercato, dal momento che viene denunciata la presenza della criminalità organizzata nella diffusione di confezioni non conformi [6].

https://www.legambiente.it/unsaccogiusto/

Una busta biodegradabile deve infatti riportare:

  • la dicitura Biodegradabile e Compostabile
  • La scritta di conformità allo standard UNI EN 13432:2002
  • il marchio di un ente certificatore

 

Conclusioni

Il problema dei sacchetti non è sicuramente il solo che produce un impatto sull’ambiente, ma come è stato evidenziato ha comunque dato un contributo importante alla contaminazione del suolo, di mari e dei relativi ecosistemi.

Si parla spesso di sensibilizzare e di responsabilizzare ad uno stile di vita più ecologico, uno dei modi più efficaci per spingere al raggiungimento di questi nobili obiettivi sono gli standard e le relative norme che ne seguano l’applicazione.

La gestione dei rifiuti ed il relativo impatto ambientale restano un problema ancora irrisolto e i passi da compiere sono ancora tanti (già solo sul discorso sacchetti resta il punto aperto della biodegradabilità delle etichette [7]);

l’importante è prendere coscienza di quale sia la direzione da prendere e seguirla tutti assieme.

S. Manfredini, F. Marino

 

Fonti

[1] L’industria delle plastiche

https://committee.iso.org/files/live/sites/tc61/files/The%20Plastic%20Industry%20Berlin%20Aug%202016%20-%20Copy.pdf

[2] Impatto delle buste di plastica, report dell’ARPA
https://www.arpae.it/cms3/documenti/_cerca_doc/mare/RN_Rapporto_plastica_mare.pdf

[3] Bioplastiche e plastiche in generale

http://docs.european-bioplastics.org/2016/publications/fs/EUBP_fs_what_are_bioplastics.pdf

[4] Legge di introduzione dei nuovi sacchetti

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/08/12/17G00139/sg

[5] Riassunto della norma EN 13432

https://it.m.wikipedia.org/wiki/EN_13432

[6] Come riconoscere i sacchetti, l’iniziativa di LegaAmbiente

https://www.legambiente.it/unsaccogiusto/

[7] Per ulteriori approfondimenti, specialmente sul piano dei consumatori:

https://www.altroconsumo.it/alimentazione/fare-la-spesa/news/2018/sacchetti-biodegradabili

 

Cellulari e radiazioni, rischi reali e non

Si parla spesso delle onde elettromagnetiche dei telefoni cellulari e dei rischi per la salute ad essi correlati: che cosa c’è di dimostrato e cosa di infondato?

I telefoni cellulari, così come le altre tecnologie wireless, fondano il proprio funzionamento sul passaggio di informazioni tra un’antenna trasmittente e una ricevente (eventualmente capaci di essere alternate per gestire una comunicazione bidirezionale): le informazioni vengono codificate agendo sul cambio delle caratteristiche delle onde elettromagnetiche (come per esempio modulazione di ampiezza, frequenza o fase) che vengono propagate dall’antenna trasmittente e “lette” da quella ricevente.

I campi elettromagnetici o radiazioni sono un fenomeno che sia in natura (uno dei casi più noti è la luce solare) che nelle applicazioni (come quelle wireless) si possono dividere in due grandi categorie:

  • ionizzanti: onde la cui energia è tale da ionizzare un atomo colpito (cioè di modificare la sua carica elettrica e la sua reattività), andando ad alterare la struttura delle molecole di cui fanno parte, come ad esempio il DNA, e potendo causare in ultimo l’insorgenza di tumori
  • non ionizzanti: onde la cui energia non è sufficiente a scatenare gli effetti delle ionizzanti

In questo articolo l’attenzione viene rivolta verso le tecnologie wireless le cui onde rientrano nella categoria onde non ionizzanti.

Non esistono quindi effetti nocivi ricondotti all’uso dei cellulari?

Gli unici effetti nocivi accertati dalla comunità scientifica sono legati al riscaldamento dei tessuti e allo scopo di contenere questo effetto esiste un limite massimo di legge legato al SAR (Specific Absorption Rate)[1]: il SAR è un valore fisico che descrive il livello assorbimento di un’emissione elettromagnetica da parte dei tessuti biologici e, a seconda dei tessuti biologici (parti del corpo, età della persona), il grado di assorbimento può cambiare.

A scopo cautelativo i limiti di legge sono fissati considerando il caso peggiore e tutti i costruttori di dispositivi wireless sono obbligati a rispettare queste soglie per poter vendere i loro prodotti in rispetto della salute pubblica [2].

Analogamente, le compagnie telefoniche o le aziende responsabili dell’installazione di antenne emettitrici sono tenute a rispettare emissioni massime di potenza definite dalla comunità europea ed implementate dai paesi degli stati membri, tra cui l’Italia [3].

Se l’unico impatto sulla salute realmente dimostrato è il riscaldamento dei tessuti, a cosa si riferisce l’organizzazione mondiale della sanità  (OMS) quando parla di classificazione “potenzialmente cancerogena”[4]?

Il dibattito sulla sicurezza delle radiofrequenza ha portato, e tuttora porta, ad un esame attento di tutti i potenziali effetti, non solo termici ma anche cancerogeni.

Su quest’ultimo punto si sono susseguiti una lunga serie di studi, il più recente e di riferimento per la comunità scientifica è lo studio Interfone, condotto dall’Associazione Internazionale di Ricerca sul Cancro (IARC), il cui risultato non ha dimostrato legami di causa effetto ma, non potendo escludere possibili correlazioni tra persone affette da cancro e uso prolungato su cellulare, si è classificato questo elemento nella categoria 2B.

A scopo di chiarimento, la classificazione IARC comprende diversi livelli di causalità [5]:

  • Group 1 (carcinogeni umani certi) – es. tabacco, alcolici, radiazione solare
  • Group 2A (carcinogeni probabili per l’uomo) – es. steroidi anabolizzanti
  • Group 2B (carcinogeni possibili per l’uomo) – es. radiofrequenze
  • Group 3 (non classificabili come carcinogene)
  • Group 4 (probabilmente non carcinogene)

Com’è possibile notare, il gergo specialistico pone molta differenza nell’uso delle parole “probabile” e “possibile”, così come, guardando tra gli agenti appartenenti alla stessa categoria 2B [6], si possono trovare altri agenti quali gli anticoncezionali al progesterone la cui pericolosità risulta molto inferiore a quella di altri agenti del gruppo 1 (tabacco, alcolici, radiazione solare) e che restano comunque legate al dosaggio.

Conoscere le normative e le classificazioni di riferimento nel settore scientifico aiutano a non incappare in errori di considerazione (i limiti di legge e di produzione sono introdotti per contenere solo gli effetti termici dei dispositivi wireless, gli unici finora misurati) e in generalizzazioni che allontanano dallo scopo informativo cui vorrebbero tendere.

Nel prossimo articolo si prenderanno in esame gli accorgimenti consigliati per ridurre gli effetti termici dei dispositivi mobili.

fonti:

[1] organizzazione mondiale della sanità

http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs193/en/

[2] FCC – ente regolatore dei limiti SAR in America

https://www.fcc.gov/general/specific-absorption-rate-sar-cellular-telephones

[3] norme e limiti di legge per il dimensionamento delle stazioni radio base

https://www.arpae.it/elettrosmog/legge2.html

[4] comunicato dell’OMS sui risultati dello studio interphone

http://www.iarc.fr/en/media-centre/pr/2011/pdfs/pr208_E.pdf

[5] livelli cancerogenicità IARC

http://monographs.iarc.fr/ENG/Classification/

[6] lista degli agenti IARC

https://monographs.iarc.fr/ENG/Classification/ClassificationsAlphaOrder.pdf

Solar Impulse: Volare con l’energia solare

Riparte la sfida di Solar Impulse, il velivolo rivestito di celle solari nato per portare un messaggio: la possibilità di ridurre le emissioni nei trasporti rinunciando ai combustibili fossili.

L’aereo, realizzato in Svizzera, dalla sua presentazione nel 2009, ha conseguito una serie di obiettivi sempre più ambiziosi, dalla trasvolata della Svizzera, all’attraversamento degli USA fino alla circumnavigazione della Terra, attualmente in corso.

Leggi di più

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